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La storia dell’ultimo Ottocento e del primo Novecento è segnata da una profonda trasformazione della politica degli Stati più avanzati sul piano economico, tecnologico e militare. Colonialismo (imposizione del dominio diretto su territori d’oltremare) e Imperialismo (tendenza di uno Stato a stabilire un’egemonia politica, economica e culturale su altre nazioni) caratterizzano, dagli anni Settanta dell’Ottocento fino allo scoppio della Prima guerra Mondiale, le scelte di tutti gli Stati che ne saranno coinvolti. Nessuno di essi, infatti, nel pieno della Seconda Rivoluzione Industriale o in fase di decollo industriale, può sperare, a lunga scadenza, di essere autosufficiente senza aver prima creato una rete di relazioni economiche (tra la potenza colonizzatrice e i territori colonizzati o soggetti all’imperialismo) sufficientemente vasta e protetta da tariffe doganali contro la concorrenza estera, secondo i dettami del Protezionismo o Neomercantilismo. Ad incoraggiare il colonialismo e l’imperialismo non sono tuttavia soltanto ragioni economiche, ma anche le pressioni politiche sui governi dei singoli Stati esercitate dai grandi gruppi industriali produttori di armi e la concorrenza in questo settore tra le diverse potenze. A questi fattori si sommano poi motivi di ordine ideologico di derivazione positivistica ed evoluzionistica, che, in linea con l’esaltazione dei concetti di progresso e di evoluzione, si traducono in istanze missionarie e civilizzatrici (i popoli che hanno realizzato materialmente il progresso e l’evoluzione hanno il dovere-diritto di estenderli ai popoli incivili). L’opinione pubblica borghese è particolarmente sensibile a queste istanze, veicolate dalla stampa (esaltazione delle imprese degli esploratori o dell’azione dei missionari) e dalla letteratura esotica e avventurosa (Joseph Conrad, Rudyard kipling, Jules Verne, Emilio Salgari…).E’ in corso, insomma, una profonda trasformazione nella mentalità politica, nella cultura e nell’immaginario collettivo della borghesia: la classe sociale che ha guidato il processo di formazione di Stati Nazionali di recente costituzione (Italia, Germania), la classe sociale che ha dato vita alla seconda rivoluzione industriale ( in Inghilterra, in Francia, negli U.S.A.), la classe sociale che, quasi ovunque, gestisce le leve del potere politico. Mentre il proletariato, e in particolar modo quello industriale, si organizza politicamente nel Socialismo, il Liberalismo entra in crisi e si assiste ad un capovolgimento dei valori che la borghesia aveva coltivato nel periodo precedente: al principio della libera concorrenza (Liberismo) si sostituiscono la concentrazione delle imprese (trusts, cartelli, holdings) e l’intervento degli Stati in materia di economia (Protezionismo); al principio dell’uguaglianza (affermazione delle libertà costituzionali e dei diritti dei cittadini) si sostituisce la disuguaglianza di fatto che alimenta la questione sociale in tutti gli Stati industrializzati, al principio di fratellanza si sostituisce la teorizzazione della superiorità degli Europei rispetto alle popolazioni colonizzate (Razzismo); all’esaltazione della "nazionalità" dei popoli si sostituisce un nuovo tipo di Nazionalismo.

Lo scenario internazionale è carico di tensioni, sotterranee o aperte, e sono proprio queste tensioni a condizionare negativamente i rapporti tra gli Stati con avvicinamenti momentanei o brusche rotture di fragili alleanze.

Nel 1872, il Patto dei Tre Imperatori, stipulato tra Austria, Germania e Russia, isola la Francia. Appena sei anni dopo, nel 1878, al Congresso di Berlino, la Russia viene emarginata, a favore di un patto a due tra Austria e Germania, alle quali si aggiunge l’Italia con la formazione della Triplice Alleanza nel 1882. Francia e Inghilterra si riavvicinano, dopo aspre contese in materia coloniale, stipulando nel 1907 la Triplice Intesa, alla quale di lì a poco aderisce la Russia.

Il 28 giugno 1914, l’uccisione a Sarajevo dell’erede al trono austriaco, l’Arciduca Francesco Ferdinando, e della moglie, per opera di uno studente irredentista serbo di nome Gavrilo Princip, considerata la causa della Prima Guerra Mondiale, non ne è che la scintilla, in quanto le motivazioni derivano proprio dalle tensioni tra gli Stati:

  • Il contrasto austro-russo per l’egemonia nei Balcani, in seguito all’annessione da parte dell’Austria della Bosnia e dell’Erzegovina nel 1908 e in seguito alla costituzione di un grande stato serbo sostenuto dalla Russia durante le due guerre balcaniche.
  • Il contrasto franco-tedesco in Europa e nel mondo
  • Il contrasto anglo-tedesco in Europa e nel mondo
  • Il contrasto tra il Nuovo Mondo e la Vecchia Europa
  • Gli irredentismi

Note di "PERCHE’ LA GUERRA ?":

Colonialismo: politica che si propone come fine l’acquisizione di colonie e, in particolare, politica europea di conquista e dominio diretto di territori asiatici, africani ed americani, nominalmente a scopo di civilizzazione, di fatto per sfruttarne le risorse mantenendo le rispettive popolazioni in uno stato di sottomissione. Iniziato cronologicamente con le grandi esplorazioni e la Conquista spagnola del continente americano (sec. XVI), giunge al suo apogeo proprio a cavallo tra il sec. XIX e il XX, per esaurire la sua spinta dopo la seconda guerra mondiale, quando viene sostituito da un sistema di pressioni e controlli indiretti (specialmente di carattere economico e finanziario) esercitati, spesso tramite le società multinazionali, dalle nazioni occidentali su quelle del cosiddetto Terzo Mondo (neocolonialismo). Il Colonialismo dell’Ottocento è determinato sia dall’incremento demografico, sia dallo sviluppo industriale. I continenti su cui si esercita l’attività coloniale sono soprattutto l’Africa e l’Asia, specialmente in seguito al taglio dell’istmo di Suez (1859-1869) per opera dell’ingegnere francese Ferdinand Lesseps (su progetto del trentino Luigi Negrelli); l’America, invece, rimane sostanzialmente chiusa alla penetrazione europea.

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Colonialismo Inglese: l’Inghilterra, che già nella seconda metà del Settecento possedeva il più vasto impero coloniale del mondo, in Asia occupa Singapore (1819), la penisola di Malacca (1826), Aden (1839), allo sbocco del Mar Rosso; il porto di Hong-Kong (1842), l’India (nel 1858 colonia alle dirette dipendenze della corona, dal 1876 Impero). In Africa l’Inghilterra strappa agli Olandesi la Colonia del Capo (1815); ai coloni olandesi (Boeri), ritiratisi nell’interno, il Natal (1842), il Transvaal e l’Orange (nel 1901, dopo la guerra Anglo-Boera); le quattro colonie formeranno nel 1910 l’Unione Sudafricana, con un’amministrazione quasi indipendente, ma con un governatore rappresentante il re d’Inghilterra. Frattanto ha occupato l’Egitto, imponendo il protettorato inglese (1882), dopo essersi aggiudicata la maggioranza delle azioni del Canale di Suez; in Sudan scoppia una rivolta contro gli Inglesi, che viene domata nel 1885. Grazie alla conquista personale del governatore della Colonia del Capo, Cecil Rhodes, nel frattempo, l’Inghilterra estende il suo dominio sulla Rhodesia (1890), vagheggiando la realizzazione di un progetto ambizioso, condensato nella famosa formula "dal Capo al Cairo". In America, invece, dove l’Inghilterra possedeva fin dal Settecento la colonia del Canada, concede alle varie province di Formare la Confederazione Canadese (Dominion of Canada, 1867), con un governatore rappresentante il re d’Inghilterra. Analogamente, in Australia, permette alle varie colonie di formare una Confederazione Australiana (Commonwealt of Australia, 1900).

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Colonialismo Francese: la Francia, che nella seconda metà del Settecento aveva perso quasi tutte le sue colonie per opera dell’Inghilterra, riprende proprio nell’Ottocento la sua espansione coloniale. In Africa occupa l’Algeria (1830), stabilisce un protettorato sulla Tunisia (1881) e sul Marocco (1911) non senza gravi contrasti internazionali, specialmente con la Germania, ma anche con l’Italia. Trasforma in colonia il Senegal, sulle coste del quale erano presenti insediamenti francesi fin dal Seicento. Si spinge nel Sudan Occidentale e Centrale, fino a Fascioda (1898), ma è costretta a ritirarsi per l’opposizione dell’Inghilterra; forma la colonia del Congo Francese (1885), esplorato dall’Italiano Pietro Savorgnan di Brazzà per conto dei Francesi; colonizza l’isola di Madagascar (1896) e il deserto del Sahara (1899). In fine, in Asia, si costituiscono le colonie francesi dell’Indocina.

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Colonialismo Tedesco: la Germania si procura colonie in diverse parti del globo, nell’età bismarkiana. In Africa occupa l’Africa sud occidentale (Togo, 1883); il Camerun (1884), più tardi ampliato grazie alla concessione di parte del Congo francese, durante la questione marocchina; l’Africa sud orientale (Tanganika, 1884). In Asia ottiene in affitto dalla Cina la baia di Kiao-Ciao (1898), iniziando una penetrazione commerciale capillare nei mari cinesi; aumenta l’influenza nell’Impero Turco, ottenendo la concessione della famosa ferrovia di Bagdad, che dal Bosforo doveva arrivare fino al golfo Persico, minacciando da vicino, sia in Africa, sia in Asia, gli interessi coloniali inglesi. In Oceania la Germania occupa parte delle isole della Nuova Guinea e l’Arcipelago delle Bismark, acquistando dalla Spagna le Isole Marianne e le Isole Caroline.

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Colonialismo Russo: La Russia, che fin dal XVI secolo aveva cominciato ad estendere il suo dominio al di là degli Urali, si lancia nella penetrazione in Asia, occupando tutta la Siberia, dapprima adibita a luogo di deportazione, poi, in seguito alla scoperta delle miniere d’oro, divenuta centro di emigrazione. Tra il 1891 e il 1904, la Russia procede alla costruzione della famosa ferrovia transiberiana, ottenendo dalla Cina il permesso di passare attraverso la Manciuria per raggiungere Vladivostock e Port Arthur. L’espansione russa in Asia preoccupa il Giappone, che sotto il governo dell’ Imperatore Mutzu Hito (1867-1912) si era rinnovato secondo i costumi europei ed aveva iniziato, a sua volta, un’espansione politica e commerciale in Cina.

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Colonialismo Giapponese: il Giappone porta avanti, tra il 1904 e il 1905, la guerra russo-giapponese, sconfiggendo la Russia e arrestandone la penetrazione asiatica. Il trattato di pace tra le due potenze viene firmato grazie alla mediazione degli Stati Uniti, che hanno come Presidente Theodor Roosvelt. In base agli accordi raggiunti, la Russia restituisce la Manciuria alla Cina, ma cede la Corea e Port Arthur al Giappone (1905).

Si avverte che la nota è stesa in una prospettiva nettamente eurocentrica e univoca proprio perché, nel periodo considerato, nulla sembrava mettere in discussione la legittimità o la necessità storica del Colonialismo.

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Imperialismo: tendenza di uno Stato a porre altre nazioni in condizioni di dipendenza tramite espansione territoriale o supremazia economica. L'imperialismo ha avuto teorizzazioni in chiave economica, politica, sociologica e ideologica; è oggi sinonimo delle tendenze egemoniche di una potenza sul piano politico-militare o economico. Tra Imperialismo e Colonialismo, nel periodo considerato, cioè tra il 1880 e la Prima Guerra Mondiale, si stabilisce una coincidenza quasi perfetta, una vera e propria sovrapposizione concettuale, ancora più marcata agli inizi del secolo XX, quando l’idea di Europa, che esprime il primato di una civiltà e la sua superiorità tecnologica, si allarga a comprendere l’Occidente, includendo quelle aree geografiche, come il Nord America e il Giappone, che hanno conosciuto la modernizzazione nei termini definiti dalla rivoluzione industriale e da un rapido sviluppo capitalistico. La complessità e l’ampiezza di implicazioni che l’Imperialismo dell’Occidente comporta nel determinare non solo le cause, ma anche gli sviluppi della Prima Guerra Mondiale, e, forse, in generale, dell’instabilità di tutto il Novecento, possono essere ricondotte, con una certa semplificazione, all’incidenza progressiva che l’industrializzazione assume sulle relazioni internazionali (di ieri e di oggi).

Una potenza emergente all’inizio del XX secolo, che non ha praticato il Colonialismo, se non in misura trascurabile, bensì l’Imperialismo nell’accezione più attuale del termine, sono gli U.S.A. Bisogna ricordare che gli U.S.A. non vengono solo considerati dai padri fondatori come uno Stato fornito di diritti sovrani sul territorio da esso controllato, ma anche come uno Stato dotato, dalla natura, dalla storia e da leggi superiori, del diritto di colonizzare l’interno del continente e di incorporarlo sulla base del diritto del primo venuto. La dottrina di Monroe, il Manifest Destiny e il Corollario di Roosvelt costituiscono la base ideologica dell’imperialismo statunitense. Quello che originariamente non era che un messaggio presidenziale abbastanza discreto al Congresso del 2 dicembre 1823, da parte del presidente James Monroe, si trasforma, a partire dagli anni quaranta dell’Ottocento, in un credo nazionale cardine della politica estera degli U.S.A.. Considerando il momento storico del discorso di Monroe, il divieto di colonizzazione intimato direttamente all’Europa, specialmente all’Inghilterra e alla Francia, proibendo a questa potenze, ognuna delle quali era molto più forte degli U.S.A., di stabilire nuove colonie in qualunque punto dei continente americano, va ricollegato alla disgregazione delle colonie spagnole, che si erano ribellate e avevano dichiarato la loro indipendenza, mentre gli U.S.A. consideravano assai favorevolmente che fossero state istituite delle repubbliche con costituzioni modellate sulla loro. L’idea centrale di Monroe era che l’America, il Nuovo Mondo, "Questo emisfero" (si noti il paradosso tra quest’idea e la realtà geografica: i due continenti americani non costituiscono una mezza sfera e, quindi, il cosiddetto "emisfero occidentale" è un’area puramente immaginaria) fosse diversa dall’Europa. Con gli affari del Nuovo Mondo, che si distingueva essenzialmente per essere un mondo di repubbliche, l’Europa, il Vecchio Mondo delle monarchie, non aveva nulla a che fare. "Giù le mani" era l’ordine intimato alle potenze straniere. La formula del "no alla colonizzazione" delle nazioni europee, magari perché non si spartissero le colonie spagnole sfuggite al controllo della ex madre patria, maschera, ma neppure troppo, l’intenzione degli U.S.A. di impossessarsi, escludendone gli altri, di tutte le parti del continente non ancora abitate e specialmente di prevenire i rivali nel Nord Ovest del Pacifico. Non è un caso, infatti, che l’America, sede delle repubbliche del Nuovo Mondo e nemica dichiarata della Santa Alleanza, che allora operava con successo nella vecchia Europa, esprima la sua amicizia al più autocratico dei monarchi del Vecchio Mondo, nonché fondatore della Santa Alleanza: lo zar di Russia, il quale aveva appena rinunciato a far valere le sue pretese sulle coste del Pacifico al di sopra del 51° parallelo. Monroe, enunciando la dottrina che da lui prende il nome, formula dunque un esplicito manifesto dell’espansionismo americano, che, da un lato esclude le potenze europee, in particolare l’Inghilterra, dal continente americano, dall’altro delinea le possibilità di un futuro controllo degli U.S.A. dell’"emisfero occidentale". Tale dottrina diventerà la bandiera delle interferenze statunitensi negli autonomi sviluppi del continente latino-americano. Nello stesso periodo, infatti, i coloni nordamericani sciamano nel territorio messicano del Texas, ponendo le basi di una realizzazione immediata delle pretese espansionistiche. Tra il 1836 e il 1837, il governo statunitense appoggia la guerra insurrezionale che porterà il Texas a dichiararsi repubblica indipendente. Nel 1845 il Texas accetta la proposta di annessione agli U.S.A.. Il governo messicano, tuttavia, non accetta senza discutere questa soluzione e ne segue una guerra che dura dal 1846 al 1848 e si conclude in modo favorevole per gli U.S.A. con l'ottenimento di un immenso territorio comprendente il Nuovo Messico, la California, lo Utah (pari ad un quinto della nuova superficie nazionale degli U.S.A.). Nel 1846, frattanto, grazie ad un accordo con l’Inghilterra, gli U.S.A. acquisiscono il territorio dell’Oregon. Proprio l’anno prima, a proposito della questione dell’Oregon, viene coniata l’espressione Manifest Destiny. La volontà di estendere i benefici del sistema politico basato sulla libertà e sul consenso costituisce la caratteristica principale di questa posizione ideologica, che fa dell’opera di civilizzazione il compito principale dell’espansione statunitense e che abbina il concetto romantico di "destino" con l’individualismo egualitario di una democrazia aggressiva. Alla metà dell’Ottocento, l’espansionismo statunitense si rivolge anche in altre direzioni: la Cina, il Giappone (nel 1844 viene stipulato un trattato commerciale cino-americano, nel 1854 il Giappone viene costretto ad aprire due porti al commercio con gli U.S.A.), le isole del Pacifico (nel 1872 gli U.S.A. ottengono una base militare nelle isole Samoa; nel 1886 la cessione della base navale di Pearl Harbour nelle Hawaii; nel 1892, un colpo di stato, avvenuto sotto la protezione di una nave da guerra americana, porta alla costituzione nelle Hawaii di un governo provvisorio che chiede l’annessione agli U.S.A., che però verrà attuata solo in concomitanza con la fine della Guerra Ispano Americana, dopo la vittoria contro la Spagna nel 1898). Non va trascurato l’acquisto dell’Alaska nel 1867. La questione di Cuba scatena la Guerra Ispano-Americana: nel 1898, dopo alcuni anni di guerriglia e di disordini interni, la repressione spagnola nella colonia di Cuba si fa più intensa; gli U.S.A. allora intervengono a favore degli indipendentisti, occupando l’isola e le Filippine. Cuba rimarrà occupata militarmente fino al 1902. La vittoria statunitense comporta la cessione agli U.S.A. di Portorico, della base di Guam e delle Filippine (con un compenso alla Spagna di venti milioni di dollari per la cessione delle Filippine, dove, però, il movimento nazionalista indipendentista scatena una guerriglia che durerà fino al 1902, anno in cui le Filippine verranno riconosciute "territorio incorporato" e non annesso). A Cuba la penetrazione degli U.S.A. viene garantita dall’emendamento di Platt, che attribuisce al governo americano piena libertà di intervento nel caso di disordini politici: l’isola viene ripetutamente occupata nel 1906, nel 1909, nel 1912 e nel 1917 il governo statunitense autorizza l’utilizzo dei reparti da sbarco per proteggere gli interessi economici americani nell’isola. Un altro momento importante dell’imperialismo americano nell’area caraibica è costituito dal taglio dell’istmo di Panama, reso possibile dalla secessione della zona di Panama dalla Colombia, promossa dal governo statunitense nel 1906. Tra il 1901 e il 1906, la dottrina di Monroe si arricchisce del corollario di Roosevelt. Nel messaggio annuale del 1901 Theodore Roosevelt dichiara: "La dottrina di Monroe dovrebbe essere l’elemento caratterizzante della politica estera di tutte le nazioni delle due Americhe, come lo è degli Stati Uniti…Il nostro popolo si propone di attenersi alla dottrina di Monroe e di insistere su di essa come sull’unico mezzo sicuro per assicurare la pace nell’emisfero occidentale. La marina ci offre l’unico mezzo per far sì che la nostra insistenza sulla dottrina di Monroe non diventi oggetto di derisione per qualunque nazione che decida di ignorarla." Il tono del messaggio è audace rispetto alla prudenza e all’ambiguità di quello di Monroe, ma, del resto, anche gli U.S.A. non sono più gli stessi del 1823. Gli Americani interpretano il messaggio di uno dei presidenti più amati della loro storia come una definizione del concetto di pax americana. Nel 1906, sempre il Presidente Roosevelt dichiara che gli U.S.A. possono esercitare un "potere di polizia internazionale" nel caso di disordini nell’America Latina. Si attuano così gli interventi a Santo Domingo (1905), a Cuba (1906), nel Nicaragua (1909 e 1912), ad Haiti (1915). In estremo oriente la politica americana si ispira alla dottrina della "porta aperta", enunciata nel 1899 dal Segretario di Stato Hay, in cui si chiede, insieme al riconoscimento delle sfere di influenza americana in Cina, che ogni potenza mantenga un’equa libertà di accesso commerciale alla propria zona. Negli anni immediatamente precedenti all’intervento nella prima Guerra Mondiale, tra il 1914 e il 1916, gli U.S.A. continuano con le ingerenze nelle travagliate vicende del Messico, contro le forze di Pancho Villa.

Si avverte che il riferimento all’imperialismo americano, nel periodo preso in esame, non deve essere inteso come una riduzione della storia americana alla storia dell’imperialismo americano. La nota è costruita in modo analogo a quella sul Colonialismo. Se il Colonialismo è presentato volutamente secondo una prospettiva decisamente eurocentrica, l’Imperialismo Americano è presentato secondo una prospettiva tutta americana, perché le ragioni della pace o della guerra non possono essere considerate in astratto, ma in concreto e il "concreto", in questo caso, sono le tensioni generate dall’età dell’imperialismo e vissute da ogni storia nazionale in modo diverso.

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Seconda Rivoluzione Industriale: seconda rivoluzione industriale o seconda fase del processo di industrializzazione? Rivoluzione industriale o rivoluzione scientifica? E’ difficile definire univocamente l’ondata espansiva del periodo 1870-1914. Sarebbe forse preferibile parlare di seconda fase del processo di industrializzazione, dopo aver definito l’industrializzazione come un processo derivante dalla Rivoluzione Industriale (di cui costituisce una delle componenti principali), consistente in profonde modificazioni delle strutture economiche e sociali dovute al rapido sviluppo dell’industria sulla scorta di nuove tecniche. In questo senso, tra il 1870 e il 1914, si manifestano con evidenza alcune profonde modificazioni nelle direttrici qualitative del processo di industrializzazione su scala europea e mondiale, al riguardo delle quali, del resto, il parere degli storici è unanime. Non a torto, Geoffrey Barraclough pone nell’ultimo trentennio dell’Ottocento lo spartiacque tra la storia moderna e la storia contemporanea ed è probabilmente vero che "una persona del presente che fosse improvvisamente trasportata nel mondo del 1900, si troverebbe in un ambiente a lei familiare, mentre, tornando indietro al 1870, anche nell’industrializzata Inghilterra, troverebbe da stupirsi più per le differenze che per le somiglianze". Il primo versante di analisi della Seconda Rivoluzione Industriale è costituito dallo sviluppo tecnologico. Tra il 1850 e il 1875 circa, vedono la luce, per essere rapidamente inserite nel processo produttivo, numerose innovazioni tecnologiche, che, in parte, sono complementari a quelle precedenti, ma in larga misura se ne discostano, nel senso che hanno un contenuto scientifico elevato e sono funzionali non tanto ad una crescita quantitativa dei prodotti esistenti, quanto all’introduzione di nuovi prodotti dalle caratteristiche molto diverse (da qui la tendenza a definire scientifica piuttosto che industriale la seconda rivoluzione). In ogni caso, non siamo di fronte all’affinamento di processi già adottati, ma a nuove materie prime, fonti e forme di energia e ad una ricerca scientifica diffusamente applicata all’industria. Dall’età del ferro e del carbone, si entra nell’età dell’acciaio e del petrolio. I miglioramenti nella produzione di acciaio per quantità e per qualità sono provocati dall’adozione dei nuovi processi degli Inglesi Bessemer (1860) e Thomas (1878), dei continentali Siemens (1861) e Martin (1863), (da notare l’eccezionale contemporaneità delle date dei brevetti); si afferma la chimica di base con i processi Solvay (1863), per la produzione di soda, e Nobel (1866-1875) per gli esplosivi; i Tedeschi Griess (1863), Gabe e Liebermann (1869), Bayer (1880) per i coloranti artificiali. Se a queste importanti novità aggiungiamo l’elettricità come forma di energia di facile trasmissione, il petrolio come fonte di energia e materia prima, i motori a combustione interna ed elettrici, e si potrebbe proseguire nell’elenco, è possibile immaginare le straordinarie potenzialità e anche le conseguenze di una tale maturazione tecnologica. Decisiva è proprio la complementarietà delle innovazioni tecnologiche, che offre la possibilità di far convergere, collegandoli, comparti produttivi diversi, attivando un processo di rapida diffusione e di sviluppo intersettoriale (valga l’esempio del rapporto siderurgia-meccanica). Si consolida anche una sempre più consistente e standardizzata produzione di beni durevoli e di consumo. I tempi di lavoro e di produzione si riducono, le macchine utensili si specializzano e si perfezionano, la catena di montaggio inizia ad imporre i suoi ritmi negli U.S.A., che emergono tra i protagonisti della Seconda Rivoluzione Industriale, insieme alla Germania (come mostrano i dati su produzione, produttività, formazione del capitale). Altri fattori decisivi di crescita sono: trasporti a basso prezzo ed elevata domanda di ferro e acciaio per metterli in marcia (navi, treni), mutamenti istituzionali e legislativi (ad esempio le modificazioni del diritto commerciale e civile), aumento dell’offerta di denaro con l’apporto di una rinnovata struttura di investimento (ad esempio le "banche miste" di tipo tedesco). L’industria pesante ha un ruolo decisivo e "beve" denaro. Gli impianti costano molto, il capitale fisso sopravanza nettamente il capitale variabile e la legge degli incrementi crescenti è ferrea: la tecnologia si rinnova con rapidità e con pari rapidità rende obsoleti gli impianti. Vi è necessità di ingenti disponibilità finanziarie: si creano i grandi trusts, le gigantesche concentrazioni industriali e finanziarie, si allargano i mercati, diventa necessario controllarli come le aree mondiali fornitrici di materie prime (vedi Imperialismo e Colonialismo). Mentre si estendono i processi di industrializzazione, si creano differenze e squilibri abissali a livello mondiale fondati sul forzato sfruttamento dei Paesi più deboli e sul loro accaparramento da parte delle potenze coloniali o imperialiste. Insomma, lavoro e produzione si dividono, si specializzano in modo nuovo su dimensione internazionale e mondiale.

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Protezionismo o Neomercantilismo: sistema economico che, per mezzo di dazi doganali o di barriere tariffarie, mira a difendere le industrie nazionali dalla concorrenza dei prodotti stranieri. Il pensatore dell’Ottocento che sviluppa in modo più originale la critica ai principi del free trade, dal punto di vista dei Paesi sulla via dell’industrializzazione, è Friedrich List. Pubblicista attivissimo, List propaganda i principi del protezionismo anche negli U.S.A. (di cui prende la cittadinanza), dove si collega con gli "industrialisti" sostenitori della candidatura di Andrew Jackson alla presidenza nel 1828. La sua opera più celebre è il "Nationale System der Politischen Oekonomie" (1841), in cui enuncia i principi che saranno ripresi dalla scuola storica tedesca nel secondo Ottocento (Schmoller, Bucher, Knies ed altri ancora). Il nucleo centrale del pensiero di List è la dimostrazione che il free trade serve alle economie più sviluppate per dominare le meno sviluppate. Il riferimento è limitato ai Paesi dell’Europa Continentale e al Nord America, cioè ai Paesi della zona temperata, i quali "sono portati naturalmente allo sviluppo industriale", mentre "i paesi delle zone calde sono poco favoriti in questo senso…E’ opportuno lo scambio fra i prodotti industriali delle une e i prodotti agricoli delle altre a caratterizzare la divisione del lavoro e la cooperazione delle forze produttive del mondo intero". List si batte perché il privilegio dell’industrializzazione non sia più monopolio dell’Inghilterra, ma sia condiviso da altri Paesi: "Sarebbe una funesta impresa quella di un paese della zona calda che si decidesse a costruire una propria forza industriale, dato che non è favorito dalla natura. Se si limita invece a scambiare i propri prodotti agricoli con quelli industriali delle zone temperate, accrescerà il suo progresso civile e materiale. E’ anche vero che, così, i paesi della zona torrida diventano dipendenti da quelli della zona temperata; ma questa dipendenza risulterà però priva di inconvenienti o addirittura trascurabile, se avverrà che nella zona temperata più nazioni si equivalgano per quanto riguarda l’industria, il commercio, la navigazione, la forza politica; quando allora più nazioni industriali non solo abbiano l’interesse, ma anche il potere di vigilare a che nessuna abusi della propria potenza contro gli interessi delle nazioni più deboli della zona torrida. Sarebbe pericoloso soltanto se tutta la potenza industriale, tutto il commercio, tutta la navigazione e la potenza marittima fossero concentrate in un unico paese." (F. List, op. cit.). List sostiene anche, per gli stessi motivi, la necessità della protezione degli Stati alle industrie nascenti. Il sistema listiano appare dunque come il manifesto, in anticipo di cinquant’anni, della spartizione del mondo fra le grandi potenze imperialistiche. E’ infatti nell’ultimo venticinquennio dell’Ottocento che si assiste ad un revival protezionistico e alla realizzazione delle previsioni listiane, cioè all’industrializzazione dei vari Paesi d’Europa e d’America al riparo da una troppo accesa concorrenza straniera, proprio mediante le tariffe doganali. Negli U.S.A. il regime doganale è ispirato al Protezionismo, pur con qualche periodo di relativo liberoscambismo, dalla tariffa del 1824, che proteggeva le industrie del cotone e della lana, alla tariffa McKinley del 1890. In Inghilterra, per arginare la concorrenza di Germania e U.S.A., alcuni settori industriali promuovono un’agitazione per l’introduzione di dazi di ritorsione (retaliatory duties) nei confronti dei Paesi che discriminano i prodotti inglesi. L’agitazione conosce due fasi: nella prima nascono comitati e associazioni, nella seconda il discorso sulla protezione si collega in modo organico al progetto di un’unione doganale fra madre patria e Dominions bianchi (Canada, Australia, Nuova Zelanda). Il movimento protezionistico inglese si innesta dunque nel solco dell’imperialismo e del mito della superiorità dell’ Anglo-Saxon-dom ed ha grande successo grazie alla personalità di Joseph Chamberlain, ministro delle colonie. In Germania, una parziale realizzazione delle idee di List è rappresentata dallo Zollverein (1834), l’unione doganale fra gli Stati tedeschi, che sancisce il predominio della Prussia (la cui tariffa diventa la tariffa dell’unione), prima ancora dell’unificazione politica della Germania, costituendone però il presupposto. In Italia, l’inchiesta industriale del 1870-1874 dà origine alla tariffa doganale del 1878, che si propone di "adattare le disposizioni della tariffa alle vere condizioni tecniche dell’industria"; viene protetta solo l’industria e, in particolare, quella cotoniera, mentre l’agricoltura non è protetta fino al 1881. Inizia in quegli anni, in concomitanza con una diffusa depressione dell’economia mondiale, una durissima guerra commerciale, a base di dazi di ritorsione, con la Francia, la quale persegue un’analoga politica tariffaria. Il Protezionismo appare dunque una scelta comune a tutti gli Stati e specialmente a quelli industrializzati, nella fase precedente alla Prima Guerra Mondiale.

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Socialismo (Versione Marxista): teoria filosofica, sociologica, politica ed economica che propone una trasformazione radicale della società attraverso la socializzazione o collettivizzazione dei mezzi di produzione e della distribuzione dei beni, partendo dal presupposto che la storia è il risultato della lotta di classe (materialismo storico) e, se il proletariato è la classe rivoluzionaria nella società capitalistica, il suo ruolo dovrà essere quello di rovesciare il capitalismo (prima attraverso la fase della dittatura del proletariato, poi attraverso il Comunismo, cioè la fase in cui, eliminate definitivamente le forze controrivoluzionarie, sarà cancellata la divisione della società in classi). Nel corso dell’Ottocento , il termine Socialismo è spesso confuso con "Comunismo", ma è prevalente l’uso del primo. Karl Marx (1818-1883) e Frederic Engels (1820-1895) definiscono il loro "Socialismo" "Socialismo Scientifico" per distinguerlo da quello dei Socialisti Utopistici (Saint Simon, Prudhon, Blanc, Owen, Fourier), che, sempre secondo i due teorici del Socialismo Scientifico, pur individuando correttamente i caratteri che dovrebbero possedere le società future (abolizione del lavoro salariato, del profitto, del contrasto tra città e campagna, ecc.) si rivelano incapaci di svolgere un’analisi "scientifica" della società presente e di indicare una strategia positiva di uscita dal capitalismo. Marx ed Engels adottano esplicitamente il termine "comunista", proprio per definire quella fase in cui, dopo la rivoluzione e dopo la dittatura del proletariato, sarà realizzata la società senza classi. Il Movimento Socialista, inteso come corrente di opinione o come partito politico, tra Ottocento e Novecento, è tutt’altro che compatto nell’ interpretare il messaggio dei due teorici e, in particolare, di Marx. Nelle varie Internazionali, pur sottoscrivendo un programma comune (che riconosce il principio della lotta di classe, il rifiuto dei metodi cospirativi, la necessità di conquistare il potere, l’opportunità della costituzione di partiti politici organizzati come tali nelle varie nazioni), esistono posizioni diversificate sulle strategie da adottare per realizzare gli obiettivi marxiani. L’Anarchismo, nella versione del Russo Mikhail Bakunin (1814-1876), arricchitasi di nuovi orientamenti grazie al Russo Petr Alexeievic Kropotkin (1842-1921), o all’italiano Enrico Malatesta (1853-1932), o al Francese George Sorel (Anarco-Sindacalismo) si stacca dal Socialismo già durante la Prima Internazionale (1864-1876), nel 1872. La principale divisione, tuttavia, sorge tra Riformisti, a partire dalla teorizzazione del Revisionismo di Eduard Bernstein, e Rivoluzionari, chiamati anche "Massimalisti". I Riformisti sono fautori del gradualismo e accettano le regole della democrazia parlamentare, abbracciando una strategia di lotta che punta alla conquista di riforme economiche e sociali, senza passare necessariamente attraverso la rivoluzione. I Rivoluzionari, invece, ritengono inconciliabili ordine borghese e ordine proletario; pensano che non si possano attuare gli obiettivi marxiani senza la rivoluzione. Pur esistendo dei contrasti anche tra i Socialisti Rivoluzionari (Karl Kautsky, Rosa Luxemburg, Lenin), sarà il Socialismo Rivoluzionario ad affermarsi per primo nella Rivoluzione Bolscevica di Ottobre, in Russia, nel 1917, nella versione leninista. E’ proprio dall’adesione o dalla non adesione alle regole e al pensiero leninista (che riteneva insostituibile il ruolo delle avanguardie politicizzate in una forma di "Dirigismo") che si determina, subito dopo l’affermazione della prima forma di "Socialismo reale", mediante la Rivoluzione di Ottobre in Russia, la spaccatura del movimento socialista in Comunismo (Marxismo-Leninismo) e Socialismo (Socialdemocrazie). Le società comuniste, definite "socialismo reale" o "socialismo burocratico" trasformeranno società assolutamente arretrate (U.R.S.S., Cina, per esempio) in potenze industriali. Non arriveranno mai, tuttavia, a quell’abbondanza dei beni e dei servizi di cui parlava Marx; realizzeranno, piuttosto, un’uguaglianza nella miseria: poco per tutti. La proprietà collettiva dei mezzi di produzione, infatti, si trasformerà in proprietà statale e in Capitalismo di Stato; i funzionari di Stato o del Partito (ovviamente unico) controlleranno ogni aspetto della vita pubblica e privata dei cittadini con le relative conseguenze sociali, spesso sgradite o analoghe a quelle dei regimi totalitari europei (Nazional Socialismo, Fascismo, ad esempio), specialmente nella fase stalinista in U.R.S.S.. I Socialisti Riformisti, invece, opereranno soprattutto nell’Europa Occidentale e Centrale, lavorando da dentro le istituzioni liberal-democratiche-borghesi delle singole nazioni; con il tempo rinunceranno all’obiettivo dell’instaurazione della società socialista, limitandosi ad apportare correttivi al capitalismo e allo Stato liberal-democratico. Le varie riforme sociali, gli istituti di solidarietà sociale, lo Stato Sociale (welfare state) saranno, in buona parte, opera del Socialismo Riformista e delle Socialdemocrazie. Appare chiaro, dopo questa sintesi, come il Socialismo non possa essere definito un’entità politica precisa, un partito, un’organizzazione e nemmeno un progetto o un programma; si presenta, piuttosto, come del resto anche il Liberalismo, come una specie di officina dalla quale sono usciti diversi strumenti per operare nella storia tra Ottocento e Novecento.

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Liberalismo: dottrina politica, ma anche generale concezione della società, che rivendica il riconoscimento delle libertà individuali (libertà religiosa, di stampa, di parola, di associazione, di riunione, di iniziativa economica). Il Liberalismo sostiene che il potere politico deve essere esercitato entro limiti definiti, in senso antiassolutistico, secondo la divisione dei poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giudiziario) tra organi distinti. Esalta l’individualità ed apprezza la diversità; non teme il conflitto e la competizione, purché essi si svolgano entro il quadro costituzionale, quindi nel rispetto delle regole del gioco. Esistono una concezione dello Stato liberale (Liberalismo Politico), una visione liberale dell’economia (Liberismo), una teoria liberale della società e dei comportamenti umani (Liberalismo Etico). Le idee di fondo sono comuni, ma le loro applicazioni, pur correlate, sono tanto diverse che un liberale in politica può non esserlo in economia o in etica (l’etica è quella disciplina, parte della Filosofia, che ha per oggetto i valori a cui l’uomo si ispira per le decisioni che riguardano la sua vita e i comportamenti suoi e degli altri; essa studia quindi il bene, la giustizia e così via, per determinare con esattezza i principi guida di cui gli uomini hanno bisogno per vivere) o viceversa, senza alcuna contraddizione. Le idee liberali devono molto alla storia e alla cultura anglosassone, tuttavia è bene sottolineare che, come accade sempre per i termini politici, i quali devono adattarsi a esprimere situazioni diverse in aree diverse del mondo, il Liberalismo e il suo significato variano da cultura a cultura. Uno dei teorici ottocenteschi più importanti del Liberalismo è l’Inglese John Stuart Mill, che così sintetizza il concetto liberale di libertà individuale nel suo "Saggio sulla libertà": "Il principio è che l’umanità è giustificata, individualmente o collettivamente, a interferire sulla libertà d’azione di chiunque soltanto al fine di proteggersi: il solo scopo per cui si può legittimamente esercitare un potere su qualunque membro di una comunità civilizzata, contro la sua volontà, è per evitare danno agli altri. Il bene dell’individuo, sia esso fisico o morale, non è una giustificazione sufficiente. Non lo si può costringere a fare o non fare qualcosa perché è meglio per lui, perché lo renderà più felice, perché, nell’opinione altrui, è opportuno o perfino giusto: questi sono buoni motivi per discutere, protestare, persuaderlo o supplicarlo, ma non per costringerlo o per punirlo in alcun modo nel caso si comporti diversamente. Perché la costrizione o la punizione siano giustificate, l’azione da cui si desidera distoglierlo deve essere intesa a causare danno a qualcun altro. Il solo aspetto della propria condotta di cui ciascuno deve rendere conto alla società è quello riguardante gli altri: per l’aspetto che riguarda soltanto lui, la sua indipendenza è, di diritto, assoluta. Su se stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l’individuo è sovrano": Appare chiaro che il Liberalismo esalta il diritto di ciascuno di godere della propria libertà. Si tratta di una sorta di diritto di natura, perché tutti siamo portatori di un originario valore morale, di cui ciascun uomo si sente responsabile di fronte alla sua coscienza. Nessuno può imporre valori ad altri. Ciascuno deve esprimere se stesso al meglio. Di fatto, però, già i primi teorici del Liberalismo si rendono conto che non è possibile costruire una società nella quale la libertà dei singoli sia del tutto intoccabile, perché la libertà dell’uno implica la non libertà dell’altro. E’ possibile, tuttavia, costruire un organismo politico che si ponga l’obiettivo di rendere concretamente fruibile la libertà, anche a costo di qualche sacrificio. In altre parole, la società non può non darsi delle leggi che limitino la libertà, ma non deve darsi leggi che impongano modelli di comportamento. Nella storia europea il Liberalismo, dopo le rivoluzioni inglesi del Seicento e la Rivoluzione Americana, si è affermato, attraverso altre rivoluzioni tra la fine del Settecento (Rivoluzione Francese) e la metà dell’Ottocento (Moti del ’48), con la nascita del cosiddetto Stato Liberale. E’ uno Stato liberale quello fondato su una Costituzione, tra i cui principi vi siano quelli di cui si è fatto portavoce il Liberismo; uno Stato è liberale quando vige il principio della divisione dei poteri e il potere legislativo risiede in un parlamento liberamente eletto, quando è assicurata la tutela delle minoranze, quando i diritti civili sono garantiti dalla legge e quando tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Il potere può essere esercitato in molti modi diversi, ma la sua fonte resta sempre la volontà dei singoli. Compito di questo Stato è la gestione della cosa pubblica, lasciando liberi gli individui di agire privatamente come meglio credono, finché non vengono lesi i diritti altrui. Il Liberalismo ha combattuto durissime battaglie contro l’ingerenza delle Chiese sulle coscienze, in quanto lo Stato non deve essere confessionale, bensì laico, cioè non deve appartenere ad alcuna religione, ma rispettarle tutte. Solo gli uomini professano pubblicamente o privatamente una fede; lo Stato non deve farlo per non ledere la libertà di coscienza. In particolare, lo Stato liberale deve rispettare le libertà borghesi (così chiamate perché storicamente è stata la borghesia a lottare per la loro affermazione): di stampa, di parola, di pensiero, di associazione. La concezione liberale è essenzialmente competitiva, in quanto è volta a mettere gli individui nella condizione massimale di autorealizzazione, autorealizzazione che costituirà un bene per tutta la società. Il Liberalismo crede nella competizione e nel conflitto, perché soltanto essi possono selezionare delle aristocrazie naturali e spontanee, delle élites aperte, capaci di contrastare la mediocrità di un conformismo di massa. E’ bene ricordare che uguaglianza di fronte alla legge, garanzia di uguali opportunità di realizzazione per i singoli individui, rispetto della coscienza dell’altro non presuppongono l’eliminazione delle disuguaglianze sociali. Solo nella gara tra gli uomini si potenziano le capacità dei singoli; lo Stato non deve intervenire in questa lotta, se non impedendo che vengano lesi i diritti di ciascun cittadino. Ancora Stuart Mill (op. cit.) scrive: "I mali cominciano quando il governo, invece di fare appello alle attività e ai poteri dei singoli e di associazioni, si sostituisce ad essi; quando, invece di informare, consigliare, e talvolta denunciare, impone dei vincoli, o ordina loro di tenersi in disparte e agisce in loro vece. A lungo termine, il valore di uno Stato è il valore degli individui che lo compongono; e uno Stato che agli interessi del loro sviluppo e miglioramento intellettuale antepone una capacità amministrativa lievemente maggiore, o quella sua parvenza conferita dalla pratica minuta; uno Stato che rimpicciolisce i suoi uomini perché possano essere strumenti più docili nelle sue mani, anche se a fini benefici, scoprirà che con dei piccoli uomini non si possono compiere cose veramente grandi; e che la perfezione meccanica cui ha tutto sacrificato alla fine non gli servirà a nulla, perché mancherà la forza vitale che, per far funzionare meglio la macchina, ha preferito bandire". E’ bene ricordare, a questo punto, che il Liberalismo Politico, in generale, non è favorevole alla concessione del suffragio universale, benché faccia appello all’idea che la fonte del potere sia il popolo (soprattutto perché la concezione di popolo , nel periodo considerato, è ancora quella ottocentesca di derivazione romantica, cioè il popolo non è la massa, bensì la borghesia).

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Liberismo: il termine "liberismo" viene impiegato di solito in due diverse accezioni. Nel primo senso, esso indica una politica economica fondata tanto sulla completa libertà di produzione, quanto sulla completa libertà di scambio delle merci e dei servizi. I capitali e la manodopera si intendono liberi di spostarsi verso le attività e gli impieghi più redditizi, al di fuori di ogni controllo e vincolo esterno, nel quadro di un mercato di perfetta concorrenza, in grado di fornire agli operatori ogni informazione attraverso il sistema dei prezzi. In questa accezione, "liberismo" è la traduzione concettuale delle due espressioni laissez faire, laissez passer (di cui si usa comunemente soltanto la prima, che trova la sua origine nel pensiero economico francese del Settecento e, in particolare, in Francois Quesnay e nei Fisiocratici, i quali collegavano la proprietà al lavoro, svincolandola da ogni dipendenza dal "contratto sociale" e presentandola come diritto innato dell’uomo; il laisser faire viene ripreso da Adam Smith, che non ricorre per giustificarlo al diritto di natura, bensì ad un altro concetto, quello del self love, affermando che, nella società, gli individui, perseguendo il proprio tornaconto, collaborano al raggiungimento della felicità collettiva; secondo Smith "Sebbene il solo scopo che egli (il ricco) si proponga dal lavoro di migliaia di persone che gli sono sottoposte sia la soddisfazione dei suoi vani desideri, egli divide con il povero il prodotto di tutti i miglioramenti. Egli è guidato da una mano invisibile a fare quasi la stessa distribuzione dei beni necessari alla vita che sarebbe avvenuta se la terra fosse divisa in uguali proporzioni fra tutti i suoi abitanti; e così, senza accorgersene, senza averne coscienza, fa progredire l’interesse della società, e procura i mezzi per la moltiplicazione della specie" (da "Theory of Moral Sentiments", 1759); con Jeremy Bentham si sviluppa l’idea del felicific calculus e il concetto della "massima felicità per il maggior numero", ripresi in maniera duratura da James Mill, dal figlio John Stuart Mill e da David Ricardo, il quale può sostenere che "In un sistema di commercio perfettamente libero ciascuna nazione indirizza il suo capitale e il suo lavoro negli impieghi che sono di maggior vantaggio per ciascuno. Questa ricerca del vantaggio individuale è meravigliosamente connessa con il bene generale della collettività" (da "On the Principles of Political Economy and Taxation", 1817) ).In questa prima accezione, il "liberismo si contrappone a statalismo, dirigismo, collettivismo.

Nel secondo senso, "liberismo" indica una politica economica basata sulla libertà degli scambi commerciali con l’estero; è pertanto sinonimo di liberoscambismo (l’inglese free trade); il suo contrario, in questo senso è il protezionismo: Le origini dell’espressione free trade si fanno risalire al dibattito economico nell’Inghilterra del Seicento, circa la vantaggiosità o meno del commercio con la Francia. Adam Smith sostiene che il commercio estero permette l’esportazione del "prodotto in eccedenza", che altrimenti non avrebbe una propria domanda. E’ questa la teoria del vent for surplus (sbocco per l’eccedenza). Smith esalta la funzione del commercio estero e critica i vincoli ad esso imposti dal mercantilismo e soprattutto i limiti posti dall’Inghilterra al libero commercio delle sue colonie. A differenza di Smith, Ricardo conduce la sua battaglia liberoscambista elaborando la teoria dei "vantaggi comparati", secondo la quale l’effetto del libero commercio estero sarebbe di riallocare le risorse all’interno di ciascun Paese specializzando ciascuna nazione in quella produzione i cui costi- relativamente ai costi delle altre produzioni nazionali- siano minori. La teoria ricardiana del commercio internazionale, pur con le modifiche apportate nel tempo, rimane un cardine del pensiero e della politica economica inglese tra Ottocento e Novecento, pur venendo, in molti casi adattata a scelte in direzione opposta.

In Italia, tra Ottocento e Novecento, si distinguono come economisti liberisti: Francesco Ferrara (il maggiore economista del Risorgimento, che si batte contro l’indirizzo cavouriano, da lui giudicato troppo statalistico), Vilfredo Pareto, Maffeo Pantaleoni (nel 1919 sarà Ministro delle Finanze durante la Reggenza del Carnaro di Gabriele D’Annunzio a Fiume), Antonio De Viti De Marco, Gaetano Salvemini, Luigi Einaudi ( che assumerà la leadership nel primo dopoguerra). Il dibattito tra liberisti e "vincolisti" (come il Ferrara aveva definito spregiativamente gli avversari del liberismo) si sposta però dal terreno metodologico a quello della politica economica di sviluppo da far adottare ad un Paese arretrato come l’Italia. Prevale, come sappiamo, l’indirizzo dell’intervento statale in materia economica, sia con la Sinistra al potere, sia nell’età giolittiana, durante la quale i liberisti avversano Giolitti tanto per la politica di protezionismo industriale e agrario, quanto per l’eccessiva accondiscendenza nei confronti dei sindacati.

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Congresso di Berlino: il congresso di Berlino, convocato dal Cancelliere Tedesco Bismark nel 1878, si propone di regolare la Questione d’Oriente, che, nella seconda metà dell’Ottocento, non cessa di essere fonte di preoccupazioni a causa dell’agonia del "Grande Malato", cioè l’Impero Turco. I Principati Danubiani e la Serbia allentano sempre di più i loro legami verso la Turchia: nel 1858 i Principati Danubiani si uniscono in un unico Stato, la Romania, eleggendo loro principe Alessandro Cuza, che però è costretto da un subitaneo colpo di stato a cedere il trono al principe Carlo di Hohenzollern, imparentato con la casa regnante tedesca; nel 1859 la Serbia scaccia la guarnigione turca da Belgrado, rompendo ogni vincolo di sudditanza alla Turchia; nel 1862 il Montenegro conquista la propria indipendenza; anche la Bosnia e l’Erzegovina insorgono, proclamando la propria unione alla Serbia nel 1875, ma la rivolta viene domata dalla Turchia; la Russia, allora, coglie l’occasione per dichiarare guerra alla Turchia nel 1877, alleandosi con la Romania e spingendosi fino nella zona degli stretti. La Turchia è costretta a firmare la pace di Santo Stefano nel 1878, mediante la quale riconosce la piena indipendenza della Romania, della Serbia e del Montenegro, la costituzione del nuovo Stato della Bulgaria e l’autonomia amministrativa della Bosnia e dell’Erzegovina. La Pace di Santo Stefano testimonia il passaggio dall’egemonia turca a quella russa nei Balcani. Le maggiori potenze europee minacciano di dichiarare guerra alla Russia ed è solo grazie alla mediazione del Bismark che i contendenti accettano di riunirsi a Berlino per regolare la Questione d’Oriente.

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Nazionalismo: esaltazione della nazione. Il significato del termine non è certo univoco e privo di ambiguità, in quanto muta con il mutare della base territoriale considerata e dell’arco cronologico preso in esame. Gli storici parlano di Nazionalismo integrativo a proposito del periodo che va dal Congresso di Vienna alla Guerra Franco-Prussiana (1815-1870) per connotare il moto coesivo nato all’interno di realtà frammentate e particolaristiche (ad esempio l’Italia o la Germania: entità geografiche e non ancora Stati); parlano di Nazionalismo smembrante per connotare il moto centrifugo che demolisce, corrodendole dall’interno, impalcature statali plurinazionali (ad esempio l’Impero Austro-Ungarico e l’Impero Ottomano); parlano di Nazionalismo aggressivo per connotare il moto espansionistico delle nazioni nella cosiddetta Età dell’Imperialismo. E’ questa l’accezione adeguata al contesto della nota, con l’avvertenza che il Nazionalismo aggressivo è tanto più forte proprio nei Paesi ultimi arrivati al rango di potenza, quelli in cui il Nazionalismo integrativo è un episodio ancora recente della storia nazionale, quelli che si trovano in una posizione di relativa soggezione sul fronte della produzione industriale, sfavoriti all’interno del mercato mondiale, in ritardo nella spartizione del patrimonio coloniale. Il Nazionalismo, in questa accezione, non può che riferirsi ai seguenti concetti guida delle scelte economiche e politiche di Paesi come l’Italia, ad esempio: 1)protezionismo, 2)esigenza di una finanza sana, 3) atteggiamento statale favorevole all’industria, 4) mobilitazione del risparmio verso l’industria, 5) alta considerazione per gli aspetti tecnici e scientifici, 6) etica attivistica, 7) etica della potenza nazionale. La svolta protezionistica diventa il prerequisito della modernizzazione e del decollo industriale che possono fare grande e forte la nazione conferendole una "posizione" nello scacchiere internazionale. Prima ancora che sia nato un Nazionalismo politico, il Nazionalismo economico diventa, quindi, una realtà strutturale operante, per quanto talora inefficiente o imperfetta.

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