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| Come nella prosa del primo Novecento il tendenziale rifiuto delle strutture del romanzo ottocentesco (che si era proposto di rappresentare la realtà oggettiva) lascia il posto a forme nuove basate sullautobiografismo, sullindagine psicologica e introspettiva dei personaggi, su una narrazione che si avvale della memoria (secondo le sollecitazioni filosofiche di Bergson) come mezzo per dare voce a tutte le esperienze della nuova sensibilità (attraverso il "flusso di coscienza"), anche nella poesia si assiste ad un progressivo allontanamento dalla tradizione ottocentesca. La parola, strumento del letterato, nella tradizione poetica italiana dellOttocento, era in stretto rapporto con la realtà. Il poeta, sempre nellOttocento, aveva ancora una funzione ben precisa: era "vate" chiamato ad evocare gli eroi (Foscolo), era educatore del popolo (Manzoni), era interprete del sentimento individuale (Leopardi) o collettivo della sua nazione (autori romantici in genere). Era, insomma, un trasmettitore di idee-guida. La parola poetica, da parte di chi la adoperava, era ritenuta in grado di intervenire nella realtà per modificarla. Carducci, in questo senso, con la sua idea del poeta come "grande artiere dai muscoli dacciaio", è lultimo rappresentante della tradizione ottocentesca. Pascoli, invece, è già intimamente legato al clima del Decadentismo: è il primo poeta di una nuova tradizione. Utilizzando, in questa sede, la nozione di Decadentismo alla stregua di un grosso contenitore di idee e di tendenze talora antitetiche, in questo contenitore Pascoli non inserisce estetismo, superomismo o panismo, come invece fa Dannunzio, e nemmeno, oltre a contenuti nuovi, il rifiuto delle tecniche letterarie classiche, come faranno le Avanguardie, ma il suo personalissimo ricorso a soluzioni stilistiche che fanno leva sul valore evocativo, quasi magico, della parola, sulla sua suggestione fonica, sugli accostamenti analogici, sulle sfumature musicali, sul simbolismo scelto come strada privilegiata non tanto in omaggio ai Simbolisti francesi o ai Decadenti per antonomasia, quanto per vocazione intima e irrazionale. Se le tendenze del Decadentismo sono tante, lirrazionalismo è invece lelemento unificante delle varie esperienze. A Pascoli le soluzioni scientiste di tipo positivistico del secondo Ottocento non bastano più. Per il poeta Pascoli esiste una realtà "oltre" le apparenze e questa realtà ci manda dei segnali che il poeta, con la sensibilità del "fanciullino", che è dentro di lui, deve decifrare. La parola poetica, dunque, non riflette più, non descrive realtà interiori o esteriori, ma suggerisce, opera a tentoni, cerca un sentiero attraverso "foreste di simboli" (per usare unimmagine di Charles Baudelaire, maestro dei Simbolisti e dei Decadenti). Il poeta, che sia "veggente" o "fanciullino", è "Il mago", come Pascoli intitola significativamente una sua poesia di "Myricae", che come titolo originale portava proprio "Il poeta":
"Rose al verziere, rondini al verone!"
Dice, e laria alle sue dolci parole sibile dali, e lirta siepe fiora. Altro il savio potrebbe; altro vuole; pago se il ciel gli canta e il suol gli odora: suoi nunzi manda alla nativa aurora, a biondi capi intreccia sue corone.
Il poeta è quindi il mago che dice la parola che evoca, richiama alla memoria e rende presente una realtà ambigua, indecifrabile, suggestiva, inafferrabile, sostanzialmente inspiegabile, se non attraverso la poesia, la sola che possa salvare l'umanità dal caos. DAnnunzio sostiene, invece che non la parola, ma "Il verso è tutto", in una celebre pagina del romanzo "Il Piacere", nella quale il protagonista, Andrea Sperelli Fieschi DUgenta, uscito da una crisi, ricomincia a scrivere versi:
"La magia del verso gli soggiogò di nuovo lo spirito; e lemistichio sentenziale dun poeta contemporaneo gli sorrideva singolarmente. <<Il verso è tutto>>. Il verso è tutto. Nella imitazione della Natura nessuno istrumento darte è più vivo, agile, acuto, vario, multiforme, plastico, obediente, sensibile, fedele. Più compatto del marmo, più malleabile della cera, più sottile dun fluido, più vibrante di una corda, più luminoso duna gemma, più fragrante dun fiore, più tagliente duna spada, più flessibile dun virgulto, più carezzevole dun murmure, più terribile dun tuono, il verso è tutto e può tutto. Può rendere i minimi moti del sentimento e i minimi moti della sensazione; può definire lindefinibile e dire lineffabile; può abbracciare lillimitato e penetrare labisso; può avere dimensioni deternità; può rappresentare il sopraumano, il soprannaturale, loltremirabile; può inebriare come vino, rapire come unestasi; può nel tempo medesimo possedere il nostro intelletto, il nostro spirito, il nostro corpo; può, infine, raggiungere l'Assoluto. Un verso perfetto è assoluto, immutabile, immortale; tiene in sé le parole con la coerenza di un diamante; chiude il pensiero come in un cerchio preciso che nessuna forza mai riuscirà a rompere; diviene indipendente da ogni legame e da ogni dominio; non appartiene più allartefice, ma è di tutti e di nessuno, come lo spazio, come la luce, come le cose immanenti e perpetue. Un pensiero esattamente espresso in un verso perfetto è un pensiero che già esisteva preformato nella oscura profondità della lingua. Estratto dal poeta, sèguita ad esistere nella coscienza degli uomini. Maggior poeta è dunque colui che sa scoprire, disviluppare, estrarre un maggior numero di queste preformazioni ideali. Quando il poeta è prossimo alla scoperta duno di tali versi, è avvertito da un divino torrente di gioia che gli invade d'improvviso tutto l'essere".
I due poeti rappresentano due parabole: una ascendente e una discendente. Da una parte abbiamo laccentuazione della fono-espressività, dallaltra la moltiplicazione delle parole in un "verso perfetto". Siamo già di fronte ad una forma di svuotamento della parola e, nel momento in cui la parola poetica perde il suo riscontro con la realtà, anche il ruolo del poeta entra in crisi. La generazione di poeti degli anni Ottanta (cioè di quelli che nel 1900 hanno circa ventanni) è la generazione che si trova a dover fare i conti con questa crisi. Non a caso, molti critici lhanno definita "la generazione del silenzio", per il fatto che molti suoi rappresentanti sono morti giovanissimi o giovani (Corazzini, Gozzano), talora proprio al fronte della Grande Guerra ( ), oppure, dopo una parentesi giovanile, non hanno più scritto poesia. Il poeta del Novecento non sa più quale sia la sua funzione, ha in mano uno strumento depotenziato: la parola poetica sembra non contenere più nulla. I Futuristi reagiscono con le "parole in libertà" esaltando lera della macchina con "limmaginazione senza fili", per arrivare al paradosso: "facciamo coraggiosamente il brutto in letteratura e uccidiamo dovunque la solennità". E in questa direzione che si muove Palazzeschi futurista quando fa poesia con la spazzatura, con le frattaglie della poesia colta, con gli scarti dei versi illustri in "Lasciatemi divertire":
Tri tri tri fru fru fru uhi uhi uhi ihu ihu ihu.
Il poeta si diverte, pazzamente, smisuratamente. Non lo state a insolentire, lasciatelo divertire, poveretto, queste piccole corbellerie
Perché si scrive ancora poesia? Chi è il poeta? Agli inizi del nostro secolo queste domande sono variamente formulate in Italia:
(Sergio Corazzini, 1906). "Infine,/io ho pienamente ragione./I tempi sono cambiati,/gli uomini non domandano/ più nulla/dai poeti: e lasciatemi divertire" (Aldo Palazzeschi, 1910)."Avere qualche cosa da dire/ nel mondo a se stessi, alla gente/ Che cosa? Io non so veramente/ perché non ho nulla da dire " (Marino Moretti, 1911).
Ancora una volta due parabole: una discendente e una ascendente. Da una parte i Futuristi hanno elaborato una "poetica del negativo", nella loro velleitaria proiezione verso il futuro; i Crepuscolari, poi, sembrano aver raggiunto il "grado zero della scrittura"; dallaltra parte, però, la parola poetica si rinnoverà grazie ad un poeta della generazione del silenzio, il quale la ritroverà dentro di sé, scavata nellabisso di un porto sepolto: è il nostro Giuseppe Ungaretti. Così scrive in "Commiato", il cui primo titolo era "Poesia":
Gentile Ettore Serra poesia è il mondo lumanità la propria vita fioriti dalla parola la limpida meraviglia di un delirante fermento
Quando trovo in questo mio silenzio una parola scavata è nella mia vita come un abisso |