L'EMIGRAZIONE TRANSOCEANICA
Tra il 1820 e il 1913 quasi 47 milioni di europei lasciarono l'Europa per recarsi in America settentrionale, in Canada e Australia; alcuni fecero, per diversi anni la spola tra i due continenti seguendo la domanda stagionale di manodopera, ma la maggior parte si fermò, soprattutto negli Stati Uniti e nell'America latina, iniziando una nuova esistenza.
Secondo i demografi i flussi migratori seguirono due correnti principali:
la prima proveniente dal Nord Europa, dalla Scandinavia, dalla Germania, dall'Irlanda, dalla Russia e dalla Polonia;
la seconda dai Paesi mediterranei, dalla Grecia, dall'Italia, dalla Penisola iberica e dai Balcani.
Nella prima metà degli anni Settanta dell'Ottocento furono soprattutto gli abitanti del Nord Europa a spingersi Oltreoceano; 13 milioni di europei si spostarono per diverse cause: una continua e inarrestabile crescita demografica non sempre accompagnata da un adeguato sviluppo agricolo; la persecuzione religiosa o ideologica (ad es. gli ebrei russi, i militanti anarchici e socialisti); la speranza di un futuro migliore in terre ricche e poco popolate.
Nella seconda metà degli anni Settanta, a causa della crisi agraria europea e della crescente domanda americana di manodopera, il flusso emigratorio crebbe e, tra il 1875 e il 1913, 34 milioni di europei oltrepassarono l'oceano.
A partire erano soprattutto gli abitanti del Sud Europa, reclutati in massa dai procacciatori di manodopera che, dagli Stati Uniti, dall'Argentina, dal Brasile, incaricavano agenti locali di trovare lavoratori disposti a partire con la promessa di un lavoro sicuro e di una vita migliore per sé i propri figli. Sulle “navi della speranza” si imbarcavano uomini giovani e in età matura, raggiunti in seguito da mogli e figli.
Le conseguenze interessavano sia le terre d'origine, sia quelle d'arrivo: dal punto di vista demografico significò un'immissione di gente giovane e volenterosa dal Vecchio al Nuovo Mondo, con il conseguente alleggerimento della pressione sul mercato del lavoro europeo.
In Italia si registrò un miglioramento del livello salariale per i lavoratori rimasti in patria; le rimesse degli emigranti consentirono alle famiglie rimaste in patria di incrementare le entrate, agli Stati di provenienza di riequilibrare le bilance commerciali.
Comunque questi lavoratori dovettero pagare un prezzo assai alto in termine di emarginazione, solitudine e sradicamento.
Con il passare degli anni crebbe il livello di integrazione fra economie, tipi di organizzazione sociale e politica, mentalità e culture.
Si andò anche rafforzando sempre più l'idea di una presunta omogeneità del mondo bianco euroamericano di fronte agli appartenenti di altre razze ed etnie (neri, cinesi e portoricani). |