L'Europa e le politiche migratorie
In Europa, dal secondo dopoguerra, si assiste ad un assestamento politico determinato dalla fine dell'egemonia di Francia e Inghilterra e dall'indipendenza delle colonie.
In Europa il processo di ricostruzione e di rilancio dell'economia pone la necessità di reclutare manodopera, poiché vi è un notevole decremento demografico e gli europei si rifiutano di svolgere lavori ritenuti “pesanti” o dequalificanti.
Intanto i Paesi al sud del Mediterraneo si stanno rendendo indipendenti, hanno bisogno di denaro e la popolazione è in continuo aumento.
I Paesi europei adottano diverse politiche per fornirsi di manodopera straniera.
La Francia si rivolge alle sue ex colonie affacciate sul Mediterraneo (es.Magreb) e richiede un numero determinato di uomini con determinate caratteristiche. Si avverte un pò di razzismo, ma questi lavoratori conoscono, già prima di partire, il luogo dove sarebbero andati a lavorare.
La Francia tende a naturalizzare gli immigrati, vale a dire li costringe a prendere la cittadinanza per evitare commistioni culturali; infatti (fino a Le Pen) non si parla del problema immigrazioni, si fanno solo le sanatorie.
L'Inghilterra anch'essa si rivolge alle sue ex colonie (Commonwealth) e tutti i lavoratori stranieri hanno il passaporto inglese.
La Germania, priva di colonie, sigla accordi bilaterali, prima con L'Italia (immigrati italiani erano già presenti dalla fine degli anni Trenta), poi con la Spagna, l'ex Jugoslavia e la Turchia: gli accordi sono chiari si richiede un determinato numero di lavoratori cui si assicura case e tutele per cinque anni.Ancora oggi la cittadinanza si ha solo se si è di puro sangue tedesco, anche se si è immigrati da tre o quattro generazioni. Spesso i lavoratori si fermavano più di cinque anni e gli stessi datori di lavoro non volevano privarsi di operai specializzati.
La Svezia è un paese liberale, con problemi demografici, e accoglie rifugiati politici e obiettori di coscienza, siamo negli anni '50 e allora il rifiuto alla leva militare era mal tollerato.
In Italia si assiste al “miracolo economico” degli anni 1958-1963, il sud del Paese costituisce un notevole serbatoio di manodopera (la stessa cosa capiterà in Spagna), si valuta che circa due milioni di persone si trasferirono nel triangolo industriale. Dal 1950 al 1961 gli italiani del sud emigrano clandestinamente, a causa di una legge del periodo fascista: la normativa prevedeva che ci si spostava con il permesso del datore di lavoro o del prefetto se si era disoccupati. La legge tutelava i latifondisti. Molti si spostavano clandestinamente e affittavano le case a nome di altri, erano ricattabili dai nuovi datori di lavoro (ad es. la Fiat) che li assumevano in nero e che decidevano salari e orario di lavoro.Tutto questo durò fino al 1960 quando lo stesso Einaudi prese posizione e parlerà di nuova servitù della gleba.
Una data importante per i flussi migratori è il 1973. L'Europa è in pieno sviluppo, ma già mostra i segni della recessione: la disoccupazione giovanile incalza e la dipendenza dal petrolio determinerà grossi problemi. Fino a quel momento le compagnie petrolifere avevano stretto accordi con il governo saudita: le multinazionali estraevano la materia prima e la commercializzavano in cambio del prodotto, l'accordo durava per 40 o 50 anni.
Nel 1973 si verifica la quarta guerra fra arabi e israeliani (guerra del Kippur) e nell'assemblea dei Paesi dell'Opec tenuta in al-Kuwait (ottobre 1973) venne decisa una riduzione dell'estrazione del petrolio del 5% ogni mese, come mezzo di pressione sull'Occidente al fine di costringerlo a moderare le pressioni di Israele, uscita vittoriosa dalla guerra del Kippur. Subito dopo nella conferenza di Teheran ( 22-24 dicembre 1973) gli stessi Paesi dell'Opec decidono di operare un forte rialzo del prezzo del petrolio grezzo(da 10 dollari a 40 dollari al barile) come ricatto in funzione anti-israeliana e come rivendicazione economica-politica, contro lo sfruttamento neocoloniale praticato dall'Occidente industrializzato.
Da questi avvenimenti l'Occidente ne uscì gravemente penalizzato con un improvviso aumento di tutti i prodotti di importazione, con la lievitazione dei prezzi al consumo , con la minore competitività delle proprie industrie, alcune delle quali dovettero chiudere, alimentando così la disoccupazione.
Dinanzi a questa grossa crisi, i Paesi europei bloccano le immigrazioni, con una decisione unilaterale, e molti immigrati devono scegliere se restare per sempre nel nuovo paese o rientrare. Chiaramente le cose cambiano, perché se prima si poteva andare e rientrare senza problemi e le famiglie non erano coinvolte nel processo migratorio, adesso molti immigrati scelgono di restare nei nuovi Paesi e, naturalmente, subito chiedono il ricongiungimento familiare; questi “immigrati stabili” chiedono case, scuole e servizi e i Paesi europei sono costretti ad attrezzarsi in tal senso.
Da questo momento i flussi si riorientano, indirizzandosi o verso i Paesi dalle frontiere aperte(Italia e Spagna) o verso i paesi del Golfo, più ricchi e disposti a dare lavoro; si calcola che nel 1988 circa sei milioni di stranieri emigrano nel Golfo, provenienti dall'India e dallo Sri Lanka (nel 1878 erano poche centinaia).Nel 1991 la guerra del Golfo determina il blocco delle emigrazioni e i flussi cambiano nuovamente.
I tradizionali Paesi accoglienti mutano dunque politica a partire dagli anni 1971-73, anni di recessione e di consapevolezza dello sfruttamento da parte dei ceti operai( in Italia il 1970 è l'anno dello Statuto dei lavoratori ) con conseguente aumenti dei salari, tutele previdenziali e di sicurezza. Tutte queste conquiste pesano sulla classe imprenditoriale che, naturalmente, reagisce. I grossi imprenditori decidono di esportare tecnologia e competenze in quei Paesi (Brasile, Iran al tempo dello scià Reza Palevi, India e Sud Africa) ricchi per dimensioni e disponibilità di manodopera a bassissimo costo, oppure si decide di decentrare le attività produttive in quei paesi dove i costi di produzione si prospettano bassi, nel cosiddetto Terzo Mondo. La Francia ricorre alle ex colonie come il Marocco.
L'Italia e gli immigrati
Alcune attività, per la loro natura, non sono esportabili, si tratta del commercio, dell'edilizia, dell'agricoltura, delle attività turistiche o assistenziali ed ecco che anche il nostro paese si rivolge agli immigrati, docili e poco esigenti:marocchini, senegalesi, filippini, peruviani chiedono un'occupazione qualsiasi, con un salario basso.
Niente accordi sindacali, né tutele per la salute e la sicurezza per questi immigrati. In fondo questi flussi degli anni settanta e ottanta si sono ben coniugati con le esigenze della nostra economia e, soprattutto, dei nostri imprenditori.Nessuna norma regolava il lavoro straniero, se si esclude un accordo del 1975, che stabiliva la parità di trattamento tra lavoratori autoctoni e lavoratori stranieri. E' del 1986 la prima legge in materia di immigrazione che prevedeva l'eguaglianza dei salari.
Ma chi sono questi immigrati e dove lavorano? Molti sono impiegati nell'edilizia oppure nelle piccole e medie aziende del nord Italia. Alcuni hanno formato comunità, a Bergamo e Brescia si sono insediati i senegalesi, chiamati dalle industrie, che considerano l'africano nero il vero lavoratore. Nel sud Italia non si bada alla nazionalità: serve manovalanza robusta e docile per la pesca e l'agricoltura; massiccia è la presenza di tunisini in Sicilia soprattutto a Ragusa e Mazzara del Vallo.
Il 45 % della presenza straniera in Italia è costituita da donne: sfuggite alla povertà, alla guerra, spesso senza titolo di studio o specializzazioni, emigrano per sopravvivere, per mandare soldi alle famiglie lontane. Come le balie italiane di ieri queste donne sono colf o assistenti per anziani e bambini. Un altro gruppo, non consistente, ma molto visibile è costituito dalle prostitute. Dati precisi, è ovvio, non ci sono, ma la stima è de trenta a cinquantamila persone, concentrate tra Roma e Milano. Prima erano in prevalenza nigeriane, adesso anche albanesi o provenienti dalla ex Iugoslavia.
Il problema immigrazione divide gli italiani: se tutti sono d'accordo nel contrastare l'immigrazione clandestina (vittima di scafisti, sfruttatori e facile preda della criminalità) le posizioni divergono sulle politiche da adottare nei confronti dei nuovi arrivati. Un primo atteggiamento propende a seguire la linea della mitezza e della comprensione, richiamandosi ai valori della pietà, della solidarietà, dell'apertura nei confronti verso gli altri, nella convinzione che la nostra sarà sempre di più una società multietnica e multirazziale. Inoltre questi travasi migratori sono utili per alleggerire la tensione mondiale ed evitare il radicalizzarsi del contrasto nord- sud. Anche gli imprenditori italiani, soprattutto del nord-est, vedono positivamente questo fenomeno migratorio, poiché prevedono, per il prossimo ventennio, la necessità di 400.000 lavoratori, pena la deindustrializzazione. Infine l'immigrazione, compensando il calo di natalità, eviterebbe lo scompenso che si prevede in futuro tra occupati e pensionati.
Il secondo atteggiamento si rifà a ragioni etniche, culturali e religiose; si teme che le nostre comunità vengano “inquinate”, con il rischio della perdita delle identità nazionale, tanto più che molti immigrati sono islamici, quindi difficilmente assimilabili. Vengono anche addotte cause economiche: gli immigrati porterebbero via lavoro ai locali, perché accettano salari più bassi. Infine vengono avanzate serie preoccupazioni per l'ordine pubblico.
La legislazione in Italia
A partire dal 1998 Parlamento e governo sono intervenuti più volte per regolare la materia. La prima legge, la “Turco- Napolitano” è stata approvata nel 1998 dallo schieramento di centro- sinistra. È stata sostituita nel 2002 dalla legge numero 189, cosiddetta “Bossi- Fini”, votata dalla nuova maggioranza di centro- destra.
I punti salienti di quest'ultima legge e di alcuni decreti sono:
- permesso di soggiorno : è concesso solo allo straniero che ha un contratto di lavoro. Il datore di lavoro dovrà fornire anche l'alloggio. Chi dà lavoro a extracomunitari, senza permesso, rischia l'arresto da tre mesi a un anno e una multa fino a 5.000 euro per ogni lavoratore irregolare. Il permesso dura due anni (tre nella legge precedente); lo straniero che perde il lavoro entro sei mesi deve trovarne un altro, o tornare in patria.
- carta di soggiorno : per ottenerla ci vogliono sei anni di soggiorno, la carta non ha scadenza.
- quote : entro il 30 novembre di ogni anno il presidente del Consiglio pubblica il decreto con le “quote-flussi”, cioè l'indicazione del numero di extracomunitari, a cui è consentito entrare in Italia. Il decreto è facoltativo, di conseguenza in un anno possono essere bloccati i flussi, in un altro si possono fare sanatorie.
- colf e badanti: è possibile regolarizzare una colf per famiglia e un numero illimitato di badanti, purché ne venga certificato il bisogno.
- carrette del mare: la marina mercantile ha il potere di bloccare le imbarcazioni; se attraccano può sequestrarle e distruggerle.
- ricongiungimenti: il cittadino extracomunitario in regola con i permessi può chiedere di essere raggiunto dal coniuge, dal figlio minore e da figli maggiorenni, se privi di sostentamento.
- irregolari: l'extracomunitario provvisto di documenti, ma privo di permessi di soggiorno, viene espulso mediante “accompagnamento alle frontiere”.
- clandestini: se privi di documenti, vengono mandati in un centro di permanenza, fino a 60 giorni, per scoprirne l'identità. Se la ricerca non dà esito, devono lasciare il Paese entro tre giorni.
- impronte digitali: a tutti gli stranieri che chiedono il permesso di soggiorno, vengono prese le impronte digitali, entro un anno dal rilascio del permesso.
- reato di ingresso clandestino: un extracomunitario che rientra in Italia dopo l'espulsione, commette reato e viene recluso.
- minori: i minori non accompagnati vengono inseriti in centri di integrazione sociale e civile, per almeno tre anni, con la concessione del permesso di soggiorno, al compimento del diciottesimo anno.
- legalizzazione del lavoro irregolare: sono regolarizzati gli extracomunitari con contratti di lavoro a tempo indeterminato o determinato da almeno dodici mesi, che abbiano un rapporto di lavoro iniziato da almeno tre mesi.
Tali disposizioni sono state criticate dall'opposizione, per tre ragioni:
- la legge favorisce l'immigrazione temporanea, mentre il Paese ha bisogno di presenze stabili e qualificate.
- pretendere un lavoro stabile va contro le tendenze del marcato del lavoro che sono per la flessibilità.
- la legge finirà con il favorire l'immigrazione clandestina.
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