Processo e Media

 



È il 9 ottobre 1963, sono le 22:39. Una ferita che ancora oggi non sembra in grado di rimarginarsi squarcia la straziata superficie della penisola italiana: dal monte Toc, dietro la diga che sovrasta la valle del Vajont, 260 milioni di metri cubi di roccia franano nell’acqua, causando un’onda che annegherà nel fango tutta la valle, e con lei i paesi che la immutabile orrore, fanno da sfondo le esistenze semplici ed ignare dei loro abitanti, colti senza avviso nel corso di una serata di calcio, improvvisamente svegliati ad un destino che li ha inghiottiti in un’oscurità feroce, smorzandone il pianto, le risa e le parole d’amore nel silenzio. Dietro a quest’iniquo sacrificio, scorrono parallele le dita dei burattinai che hanno nascosto la testa nella sabbia, nello stesso fango che ha seppellito le vittime del loro profitto. La diga è ancora lì, eterna, ad osservare come un Titano il disastro della sua furia, sorda come l’indifferenza degli dei che l’anno creata.

La giornalista di Belluno Tina Merlin che da anni scriveva su L'Unità testi contro la diga e la Sade (l'ente elettrico proprietario della struttura), nel 1960 fu denunciata per turbamento dell'ordine pubblico e diffusione di notizie false e tendenziose e subì un processo, il cui esito fu raccontato a tragedia avvenuta: i giudici la assolsero con formula piena, anzi sentenziarono che quello che aveva scritto era la verità e che il pericolo quindi esisteva. Tina Merlin dichiarò ancora una volta, il 10 novembre 1963, tutto ciò che sapeva in un'intervista per la televisione francese, tuttavia lo Stato italiano non diede mai l'autorizzazione per la messa in onda. Solo in seguito ad una campagna anticensura della stampa francese, l'intervista fu trasmessa, anche se solo una volta, in Francia. La Merlin racconta che i cittadini dei paesi vicini erano convinti che se avessero costruito la diga sarebbero stati in pericolo, infatti, i contadini sapevano bene che quello era terreno franoso, ed un geologo da loro contattato aveva dichiarato che sarebbe stata pura follia costruire un bacino idroelettrico in quella località.

Lorenzo Rizzato era un disegnatore tecnico dell'Istituto d’idraulica di Padova dove fu costruito, nel 1961, un modello che riproduceva esattamente la diga e la montagna, per simulare l'effetto di una frana. Nel 1962 le simulazioni fornirono delle diverse prove. Al ministero dei Lavori pubblici, arrivarono solo documenti con risultati attenuati. Il resto fu chiuso in un cassetto dell'Università. Da quel cassetto le estrasse il giorno dopo la sciagura Lorenzo Rizzato, per consegnarle ad un giornalista, che le pubblicò sul Corriere della Sera. Sospettato ed arrestato per furto, al processo, Rizzato fu assolto per mancanza di prove. Per trent'anni non ha mai ammesso di aver commesso il fatto, fino a dover dichiarare che davanti all'evidenza che quelle prove avevano a che fare con la tragedia avvenuta, uno si sente colpito, e vorrebbe che giustizia fosse fatta.

Quella diga era stata fortemente voluta dal conte Volpi di Misurata, fondatore e presidente della Sade, uno dei monopoli elettrici più potenti dell'epoca. Ex ministro fascista, il conte Volpi riuscì a far approvare quel progetto degli anni Venti solo il 21 marzo del 1948, a meno di un mese dalle elezioni democratiche. Il progetto era dell'ingegner Carlo Semenza. Quest'ultimo aveva ricevuto relazioni, da parte dello stesso geologo della Sade Giorgio Dal Piaz, il quale confessava che esistevano problemi che lo facevano tremare. Esistono però relazioni più dettagliate. La prima è del figlio dello stesso ingegner Semenza, Edoardo. Consultato dalla Commissione di collaudo del ministero dichiarava che tutta la montagna chiamata monte Toc non è altro che un’enorme frana preistorica, fratturata e instabile. La seconda, consegnata alla Sade nel febbraio del 1961, del professor Leopold Muller, geotecnico di Salisburgo affermava che il volume della massa di frana era da considerare di circa 200 milioni di metri cubi. Il professor Muller si sbagliò di poco, in realtà i milioni di metri cubi furono 260. Quindi la Sade era a conoscenza dei problemi riguardanti la diga, ma si preoccupò solamente di velocizzare la costruzione dell’impianto, di superare il collaudo e incassare i cospicui contributi ministeriali. Così, nel marzo di quel 1963, senza nemmeno il collaudo, la diga passò all’ENEL.

Gli abitanti dei comuni della valle non avevano accesso a quelle relazioni, ma se non sapevano con esattezza, di sicuro sospettavano e temevano. In quegli ultimi giorni arrivavano voci che qualcosa si stava muovendo lassù, anche dai tecnici che lavoravano alla diga e scendevano a valle la sera per incontrare le ragazze del paese. Il 4 novembre dell'anno prima si era staccata una piccola frana, e da quel momento il terreno cedeva a poco a poco, come testimonia Matteo Corona, la guardia comunale, incaricato dal sindaco di Longarone di controllare il monte Toc. Sicché a un certo punto il sindaco si era molto preoccupato, abbiamo mandato telegrammi di allarme a Trieste e a Belluno, ma nessuno ci rispondeva. Era stata una bellissima giornata d’autunno, quel 9 ottobre, a Longarone, e quella sera, pochi dormivano, erano tutti davanti alla televisione, in casa o al bar, per vedere la finale della Coppa dei Campioni di calcio. Alle 22.15 una telefonista di Longarone intercetta una telefonata: "Sono il geometra Rittmeyer, qui dalla diga, voglio avvertirvi che stanotte non è escluso che fuoriesca un po' d'acqua a causa di un piccolo franamento. Eventualmente dica agli operai di non preoccuparsi". Alle 22.45, 260 milioni di metri cubi di montagna precipitano nel lago e un'onda d’acqua e fango alta 200 metri passa sopra la diga e si abbatte sul paese di Longarone: duemila le vittime. Oggi restano le immagini, le testimonianze, i ricordi, e la sentenza di un processo lungo e controverso, che ha condannato ENEL e Montedison (in cui è poi confluita la Sade) al risarcimento dei danni patrimoniali, extra-patrimoniali e morali.

Tre giorni dopo il disastro, l'11 ottobre, il Ministro dei Lavori Pubblici, in accordo con il Presidente del Consiglio, nomina la Commissione di inchiesta sulla sciagura, che si insedia il 14 ottobre. Essa dispone di due mesi di tempo per presentare una relazione. Suo compito è di accertare le cause, prossime e remote, che hanno determinato la catastrofe. La Commissione finirà il suo lavoro tre mesi dopo.

Il 20 di febbraio 1968 il Giudice istruttore di Belluno, Mario Fabbri, deposita la sentenza del procedimento penale contro Alberico Biadene, Mario Pancini, Pietro Frosini, Francesco Sensidoni, Curzio Batini, Francesco Penta, Luigi Greco, Almo Violin, Dino Tonini, Roberto Marin e Augusto Ghetti. Due di questi, Penta e Greco, nel frattempo muoiono, mentre Pancini si toglie la vita il 28 novembre di quell'anno. Il giorno dopo inizia il Processo di Primo Grado, che si tiene a L'Aquila, e che si conclude il 17 dicembre del 1969. L'accusa chiede 21 anni per tutti gli imputati (eccetto Violin, per il quale ne vengono richiesti 9) per disastro colposo di frana e disastro colposo d'inondazione, aggravati dalla previsione dell'evento e omicidi colposi plurimi aggravati. Biadene, Batini e Violin vengono condannati a sei anni, di cui due condonati, di reclusione per omicidio colposo, colpevoli di non aver avvertito e di non avere messo in moto lo sgombero; assolti tutti gli altri. La prevedibilità della frana non viene riconosciuta. Il 26 luglio 1970 inizia all'Aquila il Processo d'Appello, con lo stralcio della posizione di Batini, gravemente ammalato di esaurimento nervoso. Il 3 ottobre la sentenza riconosce la totale colpevolezza di Biadene e Sensidoni, che vengono riconosciuti colpevoli di frana, inondazione e degli omicidi. Essi vengono condannati a sei e a quattro anni e mezzo (entrambi con tre anni di condono). Frosini e Violin vengono assolti per insufficienza di prove; Marin e Tonini assolti perché il fatto non costituisce reato; Ghetti per non aver commesso il fatto.

Tra il 15 e il 25 marzo del 1971 si svolge, a Roma, il Processo di Cassazione, nel quale Biadene e Sensidoni vengono riconosciuti colpevoli di un unico disastro: inondazione aggravata dalla previsione dell'evento compresa la frana e gli omicidi. Biadene viene condannato a cinque anni, Sensidoni a tre e otto mesi, entrambi con tre anni di condono. Tonini viene assolto per non aver commesso il fatto; gli altri verdetti restano invariati. La sentenza avvenne quindici giorni prima della scadenza dei sette anni e mezzo dell'avvenimento, giorno nel quale sarebbe intervenuta la prescrizione. Il 16 dicembre 1975 la Corte d'Appello dell'Aquila rigetta la richiesta del Comune di Longarone di rivalersi in solido contro la Montedison, società in cui è confluita la SADE, condannando l'ENEL al risarcimento dei danni subiti dalle pubbliche amministrazioni, condannate a pagare le spese processuali alla Montedison. Sette anni dopo, il 3 dicembre 1982, la Corte d'Appello di Firenze ribalta la sentenza precedente, condannando ENEL e Montedison al risarcimento dei danni sofferti dallo Stato e la Montedison per i danni subiti dal comune di Longarone.

Il ricorso della Montedison non si fa attendere, ma il 17 dicembre del 1986 la Corte Suprema di Cassazione rigetta il ricorso alla sentenza del 1982. Infine il 15 febbraio 1997 il Tribunale Civile e Penale di Belluno condanna la Montedison a risarcire i danni subiti dal comune di Longarone per un ammontare di £ 55.645.758.500, comprensive dei danni patrimoniali, extra-patrimoniali e morali, oltre a £ 526.546.800 per spese di liti ed onorari e £ 160.325.530 per altre spese. La sentenza ha carattere immediatamente esecutivo. Nello stesso anno viene rigettato il ricorso dell'ENEL nei confronti del comune di Erto-Casso e del neonato comune di Vajont, obbligando così l'ENEL al risarcimento dei danni subiti, che verranno quantificati dal Tribunale Civile e Penale di Belluno in £ 480.990.500 per beni patrimoniali e demaniali perduti; £ 500.000.000 per danno patrimoniale conseguente alla perdita parziale della popolazione e conseguenti attività; £ 500.000.000 per danno ambientale ed ecologico. La rivalutazione delle cifre ha raggiunto il valore di circa 22 miliardi di lire.