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La sequenza degli strati coinvolti nel vasto franamento è visibile quasi per intero nell'area del comune di Casso in destra della valle e presso la forra del Vajont, ove insiste la diga. La successione, in accordo con B. Martinis e V. Francani, è la seguente: Giurassico:
a) calcari grigi scuri con liste e noduli di selce, sottilmente stratificati con interstrati basali marnoso- calcarei verdastri e con intercalazioni marnosio-argillosi; b) calcari grigi, come i precedenti, e, gradualmente, da mediamente a sottilmente stratificati; c) calcari e calcari marnosi , sempre simili al livello basale, ma in banchi superiori al metro.
![]() Osservazione: Da un attento studio della litologia, della dislocazione e della serie stratigrafica in posto, si evince che gli strati G 3a e C1/2 sono i livelli che possono aver esercitato un’azione lubrificante che ha favorito il distacco del corpo della frana. Tettonica : Al seguito dell'orogenesi alpina, nell'Oligocene, circa 30 milioni di anni fa, le formazioni calcareo marnose e argillose furono piegate, fratturate e sollevate; queste, verso la base, presentano una superficie inclinata di tensione che poi è stata coinvolta nell'enorme franamento del Monte Toc. ![]() Sismica : La valle del disastro insiste su di un’area a moderata sismicità ed è circondata da aree ad elevata sismicità. Morfologia : La valle del Vajont è di origine glaciale. Nel Pleistocene il ghiacciaio si ritirò ed ivi s'impose un’erosione torrentizia. Questa incise tanto profondamente la valle da mettere in vista i terreni del Cretaceo sino ad intaccare i sottostanti terreni giurassici. Infine il ghiacciaio aveva esercitato oltre ad un’azione sul fondo e sui fianchi della vallata, anche, verosimilmente, una tensione nelle rocce via via decrescente dal basso verso l'alto. Con il ritiro del ghiacciaio würmiano, le rocce interessate, liberate dalla massa glaciale, hanno accusato un rilassamento dovuto alla mancata tensione preesistente. Le conseguenze di questo rilassamento furono uno squilibrio tensionale interno delle rocce in oggetto e vari fenomeni di franamento nell'area (come le antiche frane di Casso e del Monte Borgà ).Risulta probabile che delle tensioni siano tuttora in atto. Oggi la gola del Vajont è così angusta e profonda da richiamare alla mente i classici canyon degli Stati Uniti. Anche qui, come nei canyon dell'America settentrionale, il fiume scorre in una profondissima fessura a forma di tortuoso corridoio, i cui fianchi si ergono a pareti verticali per considerevoli altezze. Il professor Dal Piaz, in una sua relazione geologica asserisce che: "........se vi è una località la quale colpisce l'osservatore per le peculiari sue caratteristiche morfologiche particolarmente adatte per opere di sbarramento in generale, questa è appunto la valle del Vajont............... A cominciare dal ponte di Casso fino quasi allo sbocco della valle del Vajont in quella del Piave per un tratto di circa 3 chilometri, si può dire che vi sono innumerevoli sezioni in cui la gola si presta per la costruzione di una diga di sbarramento........... La valle del Vajont, per quanto a prima vista faccia l'impressione di una gigantesca fessura generata inizialmente da una spaccatura della roccia, non ha nulla a che fare con tale genere di fenomeni. Essa è una vera e propria gola di erosione, un autentico solco inciso nella massa rocciosa, quasi che una gigantesca sega, in cui lo smeriglio è rappresentato dai ciottoli alluvionali messi in azione dalla corrente nei periodi di piena, abbia tagliato profondamente la serie stratigrafica continua e regolare che forma il fianco sinistro della valle del Piave. Per tale circostanza i fianchi della valle del Vajont sono fra loro strettamente legati di continuità per mezzo della roccia tuttora esistente al di sotto dell'alveo" ![]() Nel corso del rilievo delle zone del Piano del Toc veniva rilevata sul fianco sinistro l'esistenza di numerosi segni di stanchezza contrassegnati da piccole depressioni allungate e da bruschi gradini e l'esistenza di numerose fratture. L'insieme di tutti questi indizi permetteva di formulare come probabile, l'ipotesi che la zona del Toc e le suddette masse sulla destra fossero i residui di una massa scivolata sulla sinistra, probabilmente al ritiro del ghiacciaio, la quale aveva ostruito la vecchia valle e che era poi stata tagliata dall'erosione del nuovo solco, del torrente. Diagnosi del fenomeno nella primavera 1960 Le conclusioni formulate dal Caloi contrastavano con quelle del Semenza che riteneva che la zona esaminata non fosse costituita da roccia in posto, bensì da un'ampia massa rocciosa staccatasi in epoche remote e scivolata per gravità complessivamente verso NE; il volume della massa di materiale interessato in questo fenomeno era dell'ordine di qualche decina di milioni di metri cubi; il presunto antico piano di scivolamento si riteneva che andasse dalla zona milonitica, affiorante sulla gola del Vajont, fino all'avvallamento del piano della pozza. Di conseguenza, la zona di cui sopra, si sarebbe dovuta ritenere potenzialmente instabile. Nel maggio-giugno 1960 vennero eseguiti, nella zona della pozza tre perforazioni geognostiche che vennero ubicate lungo un asse approssimativamente normale al corso del Vajont. Non si riscontrò traccia del piano di scivolamento ricercato. Dello stesso periodo è lo scavo di tre trincee nella depressione nel piano della Pozza; in esse si poteva vedere la roccia calcarea attraversata da numerose e larghe fenditure, ma con stratificazione ben conservata. Apparizione della fessura perimetrale, ottobre 1960 Verso la fine di ottobre veniva scoperta sopra la zona in esame una fessura perimetrale che partendo dalle vicinanze della diga saliva, nella direzione di massima pendenza, fino a quota 1.100-1.200, proseguiva orizzontalmente per un breve tratto e scendeva a circa quota 900 in Val Massalezza, si rialzava lentamente ad est di quest'ultima fino a quota 1.300 e scendeva poi verso il lago, sino a quota 1.100 circa dove poi scompariva. Si manifestava così la presenza di una massa di materiale instabile del quale la fessura delineava il perimetro e quindi l'estensione superficiale. La sua estensione in profondità rimaneva invece oggetto di ipotesi, tra queste la più probabile, secondo il Semenza, era quella che la superficie di scivolamento seguisse, l'andamento degli strati rocciosi i quali si inclinavano poi risalendo verso l'alto, e si presumeva che si collegassero con la frattura perimetrale nella sua parte superiore. Dopo questa apparizione, il 4 novembre avvenne un fatto di notevole importanza; si verificava infatti sotto il piano della Pozza una frana di circa 700.000 metri cubi, lungo un fronte di 300 metri. L'immersione del materiale nel lago era avvenuta con relativa lentezza ed aveva dato luogo a modesti moti ondosi. Dopo un’ispezione, il dottor Muller stimava che i movimenti in atto interessassero una massa di circa 200 milioni di metri cubi e che il procedere di tale fenomeno avrebbe potuti dar luogo nel futuro a nuove manifestazioni franose, mediante crolli parziali sulla fronte della massa in movimento. In seguito alla frana del 4 novembre e alla comparsa della fessura perimetrale, la SADE decideva di abbassare il livello del lago per costruire una galleria di sorpasso sul versante destro. Seconda campagna geofisica, inverno 1960-1961 Al fine di individuare la profondità della massa rivelatasi instabile, la SADE richiedeva nello stesso mese di novembre al proff. Caloi l'esecuzione di nuove indagini geosismiche,. In base ai risultati ottenuti si stimava che il limite tra le due formazione si trovasse nei pressi della gola, a quota 640 circa. Tale quota differiva di poco da quella riportata nella carta geologica allegata allo studio Giudici - Semenza.
Gli studi compiuti concordano nel riconoscere che le variazioni di livello dell'acqua nel bacino, sono state la causa con il maggior peso relativo che ha determinato lo scivolamento. Le cause preparatorie o predisponenti per il disastro del Vajont sono state varie, e cioè:
Certamente anche l'azione delle acque meteoriche, eccezionalmente intense nei due mesi precedenti, è stata indispensabile per vincere le forze di coesione della roccia lungo la superficie di movimento e, la massa intera, "quasi sospesa", ha potuto piombare precipitosamente nel lago artificiale del Vajont. L'eccezionale intensità delle acque meteoriche ha potuto anche marcatamente appesantire la falda franosa, ed hanno potuto accrescere le sottotensioni interne delle acque carsiche (presenti nella zona in oggetto) fungendo da lubrificante per lo scivolamento; tanto più che sia i giunti di stratificazione che il letto della frana erano stati imbevuti d’acqua. Tutte queste concause sono state sufficienti a provocare dapprima lo sradicamento della falda di frana e in un secondo momento, appena successivo, lo scivolamento con accrescimento rapido della velocità d’accelerazione dell'immensa massa franante che senza più freni è piombata, nella valle del bacino del Vajont, tutta in un blocco unico e senza alcuno scompaginamento. Relazione di: |