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INTRODUZIONE
La montagna spesso segna ore buie nella vita delle popolazioni, per la provincia di Belluno la “tragedia del Vajont” è tra questa la più nera. Responsabilità d’uomini ed eventi naturali concorrono a far scoccare l’attimo fatale sul quadrante della storia, seminando lutti e distruzioni.
Così è stato per Longarone, Castellavazzo e altri comuni del Piave quella tragica sera del 9 ottobre 1963
In un solo colpo sene sono andati 2000 uomini, paesi, attività produttive, lasciando tra i superstiti sconforto, rabbia ma anche voglia di ricostruire.
DANNI
Si doveva ricominciare e organizzare, nel rispetto di chi non c’era più.
La solidarietà umana non mancò di manifestarsi anche in quella circostanza. Gesti di testimonianza arrivano, oltre che dalle raccolte ufficiali di enti nazionali e internazionali, dalle consorelle Associazioni artigiane e da singoli artigiani.
Longarone, Castellavazzo, Soverzene e alcune aree del comune di Belluno e di Limana furono le zone maggiormente colpite,
L’unione artigiani della provincia di Belluno organizzò subito un censimento dei danni patiti dalle aziende. I primi dati rilevati davano questa situazione:
Soffermandoci sul Comune di Longarone, qui si riporta un quadro della consistenza economica presente in loco.
Alla data del 30 settembre 1963 si contavano 87 aziende, così operanti: 19 aziende nel settore abbigliamento, 17 nell’autotrasporto, 13 nell’edilizia, 11 falegnamerie. 9 officine meccaniche, 9 alimentari, 5 barbieri e parrucchieri e 4 esercenti altre attività.
All’indomani del disastro, il quadro cambiava totalmente. Nel settore abbigliamento 15 erano andate distrutte e una danneggiata, 12 aziende distrutte nell’autotrasporto; nell’edilizia 4 distrutte e 5dannegiate; 7 aziende alimentari distrutte; 5 esercizi di barbieri e parrucchieri distrutti; 3 aziende distrutte e una danneggiata delle attività varie.
Delle citate aziende 49 titolari e 101 familiari erano decaduti; i superstiti invece risultavano 53 titolari e 109 familiari. I posti di lavoro dipendente presso le 55 aziende distrutte ammontavano a 59.
ASPETTI ECONOMICI
La forte espansione economica avvenuta agli inizi degli anni 60 su base nazionale non ebbe, nel Bellunese ed in particolare nel Longaronese, l'impulso che ci si aspettava, e questo per via delle caratteristiche geografiche ed ambientali determinate dalla lontananza dalle grandi arterie di commercio e dal sistema viario stesso. Il reddito pro-capite era medio-basso, anche se buona parte della popolazione emigrata comportava un afflusso maggiore di moneta, consumata ed investita in provincia. Le aziende principali che costituivano la base di quel processo d’industrializzazione e che rappresentavano la speranza di un futuro migliore furono completamente distrutte, e con loro la possibilità di dare lavoro ad oltre 600 persone. Uno deo primi obiettivi previsti nella ricostruzione fu quello di riportare le attività industriali che verso la fine degli anni settanta, a consolidamento avvenuto, lasciò il posto ad una maggiore capacità imprenditoriale dovuta a gestioni autonome, senza cioè finanziamenti esterni che ne favorissero l'avviamento. Lo sviluppo industriale non toccò solo l'area di Longarone ma si estese un po' in tutta la provincia. Furono redatti dei piani d’intervento che interessarono varie zone: accanto al Longaronese comparvero aree come l'Alpago, Sedico e Feltre.
Furono quindi installati insediamenti produttivi di diverse dimensioni, con il supporto d’imprenditoria pubblica e privata; quest'ultima ebbe altresì il merito di occuparsi di un riequilibrio territoriale, e quindi svolse anche un’importante funzione sociale. Le favorevoli condizioni d’occupazione favorirono il rientro d’emigranti, soprattutto gelatieri. Il dato più evidente è che gli addetti all'industria passano, nel comprensorio del Vajont, da 79 del 1961 a 139 nel 1971 ogni 1000 abitanti, con un incremento del 76%. Tale flusso tenderà ancora verso un rialzo portando, alla fine del 1981, questo valore a 161/1000 (incremento del 16%). Dal punto di vista distributivo, le zone industriali nel territorio longaronese attualmente sono tre:
Villanova: un'area estesa diventata un importante riferimento economico della provincia. Essa ha veramente assunto un aspetto imponente: oltre una trentina di medie-grandi aziende, con la presenza significativa dei maggiori gruppi ottici (Safilo, Marcolin, Dierre, ......)
Fortogna: in località San Martino, vicino al cimitero delle Vittime del Vajont, si estende la zona industriale con la presenza di importanti stabilimenti.
Codissago: sulla sponda sinistra del Piave ove operano due stabilimenti, entrambi nel settore del legno
Negli anni 90 le aziende si sono moltiplicate e con loro la presenza di manodopera, richiamata non solo dal Bellunese. Corriere colme di pendolari partono giornalmente dalla Provincia ed una discreta presenza di nuovi immigrati ha comportato un diverso assetto sociale. Ormai sono passati quasi 37 anni da quella tragedia e qualsiasi riferimento statistico al passato non avrebbe più senso. Anche Longarone ed il suo comprensorio sono lanciati ormai verso la sfida del nuovo millennio.
ASPETTI SOCIALI
Quando alla base di una catastrofe naturale c'è la responsabilità umana, come nel caso del Vajont, è indubbio che il danno sociale prodotto sia considerevolmente maggiore; un incidente di tipo tecnologico, e quindi gestito dall'uomo, comporta una chiara responsabilità umana rispetto ad un evento naturale. Conflitti sociali ed emotività hanno assunto, con l'accertamento dell'evitabilità della tragedia, aspetti gravi e drammatici, che si sono ulteriormente accentuati per via del lungo corso giudiziario. Il fatto poi di aver perso quei riferimenti fisici e simbolici dell'ambiente di vita è una delle cause che ha comportato un maggior attaccamento alla comunità, soprattutto nei primi momenti di emergenza e di riabilitazione. La ricostruzione successiva, poi, diventa desiderio di riproporre come prima e nel luogo di prima quegli elementi fisici che diventano così simboli di storia e di vita del paese. Il senso d’appartenenza territoriale, basato sulle esperienze di vita e quindi sui ricordi passati, è
rimasto, per i primi tempi, l'unico collante vero dei sopravvissuti. Questi, infatti, oltre a perdere familiari e parenti, case e terreni, hanno perso la maggior parte delle relazioni sociali, con la scomparsa degli amici, dei conoscenti, dei vicini, in una parola della "comunità". La ricostruzione sociale dunque, certamente non meno importante che quell’edilizia ed economica, è stata un processo che ha comportato tempi molto lunghi e la pianificazione di un nuovo paese, come in parte è stato per Longarone, senza prendere in considerazione la cultura ed il modo di vita degli abitanti locali, ha reso tutto più complicato. Il senso di appartenenza al luogo, dunque, si è rafforzato per coloro che vivevano in paese prima del 1963; per i cittadini nati successivamente e soprattutto per i nuovi immigrati l'attaccamento è minore sia per il fatto di non aver vissuto in prima persona la tragedia che per un generale disinteressamento all'identità locale che purtroppo,
in questi anni, coinvolge le nuove generazioni.
IL RIPOPOLAMENTO DELL’AREA
l ripopolamento dell'area avvenne in poco più di dieci anni: fu certamente un processo lungo e travagliato, ma la popolazione si riportò quasi ai livelli precedenti la tragedia, con un incremento medio annuo di circa 100 persone, fino al 197. Se appena dopo il 1963 la popolazione era tendenzialmente più anziana di quella precedente, con gli anni s’innestò un processo di rinnovamento che portò Longarone ad avere una percentuale di giovanissimi maggiore rispetto alle età precedenti. Negli anni successivi, verso il 1970, si assistette ad un flusso immigratorio che aiutò la ricostruzione della popolazione. L'integrazione non sempre fu facile: tra i superstiti e i nuovi arrivati esiste da sempre, e non solo per il caso di Longarone, una profonda diversità di intenti. I primi, toccati dalla tragedia, hanno dovuto lottare per anni durante la ricostruzione, con l’ovvia creazione di gruppi di interesse tra loro in conflitto; gli immigrati invece pagano lo scotto di una naturale difficile integrazione, vuoi per le differenti mentalità che per una naturale opposizione al nuovo ambiente trovato.
Così nuovi flussi si alternarono a partenze consistenti: molti Longaronesi decisero di trasferirsi altrove, soprattutto verso Belluno.
LA RICOSTRUZIONE
Grande ed immediata fu l'azione di solidarietà che si manifestò in tutto il mondo: grazie ad essa, all'intervento delle autorità, dei vari Enti ed Associazioni e alla tenace volontà della popolazione locale, il paese fu ricostruito. Le case prefabbricate che servirono in un primo momento per i superstiti lasciarono il posto ai nuovi edifici, mentre in un paio d'anni le infrastrutture stradali, ferroviarie ed idrauliche furono realizzate in tempo record. Per queste necessità lo Stato ha stanziato complessivamente, attraverso provvedimenti successivi, circa 1.800 miliardi (in valori attuali). Si tenga però presente che buona parte del denaro è stata impegnata anche al di fuori delle aree colpite. Il grosso dei finanziamenti (61%) è stato impiegato nella ricostruzione e nel successivo sviluppo industriale (aree industriali attrezzate e contributi alle aziende); il residuo per le opere pubbliche (24%), per la gestione dell'emergenza (6%), la ricostruzione delle abitazioni (5%), l'integrazione ai bilanci
comunali (4%).La riedificazione avvenne non solo sotto il profilo urbanistico ma anche sotto il punto di vista sociale ed economico. L'economia di Longarone è vivace ed attiva, fondata sull'occhialeria, l'elettronica, il tessile, la lavorazione del legno, ed ospita, nei padiglioni del Palazzo delle Fiere, alcune mostre legate alle attività locali tra cui primeggia la Mostra Internazionale del Gelato, rassegna di attrezzature e di prodotti per la gelateria artigianale. La cittadina infatti è, da alcuni decenni, terre di bravi e rinomati gelatieri, le cui aziende hanno trovato collocazione soprattutto all'estero, specialmente in Germania. Nel campo delle istituzioni sociali e amministrative, ricordiamo a Longarone la presenza di numerose scuole, tra cui l'Istituto professionale statale alberghiero "Dolomieu", ove si diplomano cuochi e camerieri d'albergo, un Istituto professionale per meccanici ed elettricisti e c'è anche una bella Casa di soggiorno per anziani, costruita con specifiche donazioni
all'epoca del Vajont. Longarone è sede della Comunità Montana "Cadore - Longaronese - Zoldano". Un'ampia varietà di manifestazioni, tra le quali possiamo inserire anche quelle collegate al 9 ottobre, anniversario della tragedia, contribuiscono a tenere vive le tradizioni storiche di un territorio basato oggi su attività prevalentemente industriali.
Il 28 dicembre 1966 si dava il via alla costruzione di un nuovo paese nella piana di Maniago. In questo paese s’insediarono una parte degli abitanti di Erto e Casso; il paese fu chiamato Vajont, e a strade e piazze furono dati i nomi di località ertane spazzate via dalla valanga d'acqua.
Erto rimane quasi del tutto abbandonata. Rimangono le case a ricordare la tragedia di questo paese, che sorge come una cittadella medioevale a ridosso del monte Salta.
Dal Giugno 1982 i nuovi comuni di Erto e Vajont hanno dovuto iniziare, dopo questa sentenza, a dividere le proprietà comunali. Questa spartizione ha provocato e provocherà ancora molte polemiche e rivendicazioni.
Relazione di:
Albergante Jacopo, Angelina Renato, Apostolo Davide, Colombo Alessandro,
Stella Giorgio, Trezzani Riccardo, Ubezio Flavio.
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