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Ma neppure questo serve ad arrestare i lavori della diga. Il 22 ottobre 1959 la commissione di collaudo compie la sua seconda visita alla diga. Il 28 ottobre 1959 la SADE inoltra una richiesta di parziale invaso a quota 600 m. sl.m., cioè chiede l’autorizzazione a provare il riempimento del bacino del Vajont. I tempi devono essere accelerati, anche perché l’opera deve essere terminata entro il 1960, pena la perdita dei contributi statali. Il 2 dicembre 1959 crolla la diga del Frejus, in Francia, travolgendo centinaia di persone. Il 2 febbraio 1960, anche senza autorizzazione, la SADE prova l’invaso, riempendo d’acqua la vallata. Il 6 febbraio 1960 arriva – a posteriori – l’autorizzazione alla prima prova d’invaso, ma a cinque metri di quota sotto la richiesta della SADE. Il 10 maggio 1960 la SADE inoltra la richiesta per la seconda prova d’invaso, questa volta a quota 660. L’autorizzazione arriva l’11 giugno 1960. Mentre l’acqua riempie il bacino delimitato dalla diga, terriccio e sassi continuano a franare dal monte Toc. Il 15 ottobre 1960 l’invaso raggiunge quota 636,40. Il 4 novembre 1960, alle 12.30, una grande frana si stacca dal Toc e pioba nel lago. E’ un intero appezzamento di bosco e prato che interessa un fronte di 300 metri. Solleva una grande ondata, ma per fortuna non provoca vittime. E’ solo l’avvisaglia di quanto accadrà neppure tre anni dopo. Contemporaneamente alla frana compare sulla montagna una fessura lunga 2.500 metri a forma di M: è il profilo della frana del 9 ottobre 1963. Intanto i tecnici della SADE sono in allarme. Alberico Biadene, direttore del servizio costruzioni idrauliche della SADE, ordina lo svasamento del lago artificiale, cioè ordina di togliere l’acqua. Biadene – che sarà penalmente ritenuto il maggior responsabile della tragedia del Vajont – ritiene che “se l’acqua degli invasi è entrata nella roccia, il complesso è anelastico”. Secondo Muller, infatti, “l’influenza di precipitazione della frana sarà tanto più grande, quanto più alto sarà il livello del lago”. Ma lo stesso Muller è guardingo su uno svasamento rapido del bacino del Vajont, perché “un abbassamento del livello del lago aumenta immediatamente le spinte idrostatiche” La decisione che i responsabili della SADE prendono è quella di sospendere momentaneamente gli invasi e costruire nel frattempo una galleria di sorpasso. In altre parole, se la montagna dovesse precipitare nel bacino, formando due laghi, il by-pass potrà permetterne il collegamento quando l’impianto dovrà essere utilizzato. Il 28 novembre 1960 la commissione di collaudo compie la terza visita al Vajont. Ma questa volta a tranquillizzare la SADE è proprio uno dei commissari, Francesco Penta, già consulente della società, che in una relazione scrive testualmente: “il movimento franoso potrebbe essere limitato al massimo ad una coltre dello spessore di 10-20 metri, con velocità molto basse, e comunque non coinvolgerebbe masse di materiali tali da decidere non solo della vita del serbatoio, ma anche di pericolo di sollecitazioni anormali sulla diga”. Nei fatti la commissione approva la decisione della SADE di sospendere gli invasi e costruire il by-pass. L’inverno 1960-61 passa senza novità. Il gelo sembra aver fermato la montagna che cade. Intanto la SADE fa ricorso all’Istituto di Idraulica dell’Università di Padova e ai suggerimenti del suo titolare, il prof. Augusto Ghetti. Si decide di realizzare, presso il centro modelli idraulici di Nove di Vittorio Veneto, proprietà della SADE, alcune prove su un modello della diga del Vajont per studiare e valutare la dinamica di caduta della frana e le sue conseguenze. Il 3 febbraio 1961 il geologo Muller, in un’ennesima relazione per la SADE sostiene che “non possono esistere dubbi su questa profonda giacitura del piano di slittamento... Il volume della massa di frana deve quindi essere considerato di circa 200 milioni di metri cubi" e conclude sostenendo che la sola misura di sicurezza possibile è l'abbandono del progetto. Ma la sua relazione non sarà mai inviata agli organi di controllo. Il 10 aprile 1961 la commissione di collaudo arriva per la quarta volta nel Vajont. Al termine del sopralluogo due membri della commissione, Penta e Sensidoni, scrivono nel loro rapporto: “sembra che fino ad ora non sia stato accertato alcun elemnto di fatto in merito ad un fenomeno di massa che possa interessare il sottosuolo dell’area tenuta in osservazione”. E aggiungono: “nelle condizioni attuali e sempre che il livello del lago si mantenga intorno alle quote attuali, non sussistono immediati pericoli; né d’altra parte si manifestano segni che facciano temere un eventuale serio aggravamento della situazione generale in seguito ad un rialzamento del livello del lago, limitato, però, soltanto allo scopo di mantenere permanentemente sott’acqua il materiale già franato dalla sponda sinistra”. Tra agosto e settembre 1961 vengono collocati quattro tubi d'acciaio (piezometri) sulla sponda sinistra del monte Toc. I tubi, che raggiungono anche la profondità di 221 metri, servono a controllare se il franamento in atto sia profondo o superficiale: se i tubi si spezzano, vuol dire che la frana è superficiale; se invece restano intatti, significa che il piano di scorrimento della frana è più profondo, perciò non li interseca, ma li trascina con sé senza spezzarli. Solo un tubo si spezza subito, gli altri tre rimarranno intatti fino al giorno del disastro. Il 5 ottobre 1961 Carlo Semenza chiede al ministero di poter riprendere l’invaso da quota 600 a 680, 20 metri sopra il primo invaso che aveva provocato la frana del 4 novembre 1960. Il 17 ottobre 1961 la commissione di collaudo torna sul Vajont. Dopo la visita il commissario Penta riferisce al ministero che il movimento della frana 'è attualmente in fase di riposo', per cui, essendo stato ultimato il by-pass' si ritiene opportuno riprendere il riempimento del lago con gradualità, tenendo costantemente sotto controllo la situazione'. Il 23 dicembre 1961 arriva l’autorizzazione ministeriale all’invaso che la limita, però, a quota 655. Il 31 dicembre 1961 Carlo Semenza muore. Il 13 gennaio 1962, ultimato l’invaso a quota 655, la SADE rinnova la richiesta di autorizzazione a quota 680. Febbraio 1962: non soltanto sotto il Toc, ma anche nel comune di Erto vengono registrate molte scosse telluriche. Nel rapporto quindicinale che l’assistente del Governo manda al ministero si dice che dal 15 al 28 febbraio di scosse ne sono state registrate ben cinque. Prima di essere inviati al Genio Civile per l’inoltro al ministero, i rapporti vengono inviati alla SADE. Il direttore del servizio costruzioni idrauliche della SADE, Alberico Biadene, in ben due occasioni le cancella dal rapporto. Il 20 aprile 1962 muore Giorgio Dal Piaz. Il 27 aprile 1962, a seguito dei continui boati e delle scosse, il comune di Erto scrive al genio Civile di Udine e di Belluno, alla Prefettura, alla SADE. Nuova segnalazione del comune il 29 aprile. Nuove scosse e boati il 30 aprile, l’1, 2 e 3 maggio. Il 3 maggio 1962 la SADE chiede al ministero di portare l’invaso a quota 700. Il Genio Civile di Udine si degna di rispondere solo l’8 giugno: “le manifestazioni attuali sono da attribuirsi ad una spinta verso l’esterno connessa con l’orogenesi della vallata e della regione circostante. Si fa presente inoltre che nessuna manifestazione esterna è stata rilevata durante i quotidiani controlli topografici che vengono eseguiti in loco dal personale della SADE”. Intanto l’invaso è giunto a quota 689. Estate 1962: le prove sul modellino di diga terminano. Il 3 luglio 1962: Ghetti consegna alla SADE una relazione in cui si dice, tra l’altro, che “la caduta di una frana di 200 milioni di metri cubi avrebbe potuto provocare conseguenze dannose accentuantesi gradatamente fino a divenire manifestamente impressionanti al massimo invaso (722,5 metri) anche per la sola zona a valle della diga”. La SADE non autorizza Ghetti ad ulteriori accertamenti e chiude la sua relazione in un cassetto, senza mai inviarla al ministero. L’8 giugno 1962 il ministero autorizza la SADE a portare l’invaso a quota 700. Il 2 dicembre 1962 comincia lo svaso che porterà l'acqua a 647,5 m. Il 12 dicembre 1962 la Gazzetta Ufficiale pubblica la legge che istituisce l’ENEL (Ente nazionale per l’energia elettrica). E’ l’atto definitivo che nazionalizza l’energia elettrica in Italia. Per la SADE questo significa che tutte le sue attività devono essere vendute allo Stato. Un impianto, come quello del Vajont, vale di più se è funzionante. E’ per questo che le procedure vengono accelerate. Il trasferimento dalla SADE all’ENEL avverrà il 14 marzo 1963. Il 14 marzo 1963 la SADE non è più padrona dell’impianto del Vajont. I beni della ex SADE, compresa la diga, passano sotto l’ENEL ed il curatore dell’impianto del Vajont è il prof. Feliciano Benvenuti, docente all’università cattolica di Milano, legato agli industriali veneti il cui presidente è Valeri Manera, consigliere della SADE. L’ENEL decide di mantenere per il Vajont la stessa struttura tecnico-organizzativa del personale precedente. Tutti gli uomini della SADE, ora, operano per conto dell’ENEL. Nulla è cambiato. Il 20 marzo 1963 l'ENEL-SADE chiede al ministero un ulteriore invaso per passare da 700 a 715 metri di quota, addirittura 15 metri sopra al livello di sicurezza suggerito da Ghetti. La SADE non è arrivata alla nazionalizzazione con il manufatto finito, ma vuole finirlo almeno per il momento in cui verranno fatti conti per la cessione. Il 30 marzo 1963 arriva l’autorizzazione ministeriale ed il 10 aprile comincia il terzo ed ultimo invaso. Il Toc continua a far sentire i suoi tremendi boati. Il 22 luglio 1963 il sindaco del comune di Erto manda un telegramma urgente alla Prefettura di Udine, chiedendo provvedimenti urgenti e segnalando “inspiegabili acque torbide del lago, continui boati et tremiti terreno comunale”. Il telegramma viene spedito anche all’ENEL: nessuna risposta. Il 27 luglio 1963 l’acqua del bacino raggiunge quota 705,5. In agosto si decide di accelerare ulteriormente l’invaso di 40 centimetri ogni due giorni fino a raggiungere quota 710. Il 2 settembre 1963 una fortissima scossa viene avvertita nei comuni di Erto e Casso. Lo stesso giorno gli amministratori di Erto, sempre più allarmati, scrivono una lettera durissima all’ENEL di Venezia, al Genio Civile ed alla Prefettura di udine, al ministero dei Lavori Pubblici a Roma. Il 12 settembre 1963 l’ing. Alberico Biadene – che anche con l’ENEL è rimasto al suo posto di direttore del servizio costruzioni idrauliche degli impianti ex SADE – risponde alla lettera in maniera assolutamente tranquillizzante. Il 14 settembre 1963 una nuova fessura si apre lungo la parete del monte Toc. Il giorno dopo lo slittamento del terreno è misurato in 22 centimetri. Il 22 settembre 1963 l’ing. Biadene decide di far scendere l’acqua del bacino di qualche centimetro. Si sa con certezza che Biadene, Pancini, tecnici dell’ENEL, Caloi e altri consulenti della ex SADE si sono riuniti nei giorni precedenti, allarmati dal complicarsi del fenomeno franoso. Ma nessuna decisione è stata presa. Subito dopo Pancini, che è il direttore del cantiere del Vajont, parte per le ferie. Il 2 ottobre 1963 Biadene parte alla volta di Roma per chiedere all’ENEL la visita del geologo del ministero, Penta, che fa parte della commissione di collaudo. Ma quest’ultimo non è disponibile. Sul Vajont non si vede nessuno. L’allarme ormai si va diffondendo nell’impotenza generale. Il 7 ottobre 1963 il prefetto di Udine riceve una lettera dal ingegnere capo del Genio Civile, Pellegrineschi, nella quale si afferma che “l’attività sismica degli ultimi mesi rientra nella microsismicità delle zone montuose”. Pellegrineschi allega alla lettera alcuni passi della relazione geologica di Del Piaz che risale al 1937 (!!!). Il dramma è cominciato: i carabinieri di Sacile inviano allarmati marconigramma alla Prefettura, alla Questura, ai carabinieri di Udine e Pordenone. La frana si muove ormai a vista d’occhio. L’8 ottobre 1963 i controlli registrano un movimento franoso dai 57 ai 63 centimetri. Biadene telefona alla sede di Venezia della ENEL-SADE perché si invii un telegramma urgente al sindaco di Erto e Casso affinché emetta un’immediata ordinanza di sgombero della zona del monte Toc. La speranza che i dirigenti dell’ex SADE sono ormai convinti che dal monte Toc si staccherà una frana che precipiterà nel lago artificiale, ma continuano a sperare che precipiterà un po’ alla volta e che in ogni caso non procurerà un’onda alta più di una ventina di metri, impedendo così all’acqua di uscire dalla diga. Anche a Roma, al ministero, c’è fermento. Una riunione – alla quale dovranno partecipare alcuni dirigenti - viene fissata al Vajont per l’11 ottobre. Troppo tardi! Biadene decide di richiamare Pancini dalle ferie. 10 ottobre 1963, ore 22.39: un lampo accecante, un pauroso boato. Il Toc frana nel lago sollevando una paurosa ondata d’acqua. Questa si alza, terribile, centinaia di metri sopra la diga, tracima, piomba di schianto sull’abitato di Longarone, spazzandolo via dalla faccia della terra. A monte della diga un’altra onda impazzisce violenta da un lato all’altro della valle, risucchiando dentro il lago i villaggi di San Martino e Spesse. La storia del “grande Vajont”, durata vent’anni, si conclude in tre minuti di apocalisse, con l’olocausto di duemila vittime. Fonti: L’Unità, 9 ottobre 2001 Tina Merlin – Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso Vajont – |