DA ARISTOTELE AD EINSTEIN
l'evoluzione della
meccanica
3 LA SISTEMATIZZAZIONE NEWTONIANA
3.1 Isaac Newton
Con Newton (1642 – 1727) la meccanica raggiunge il
massimo livello possibile per quell’epoca.
Lo scienziato inglese ha
soprattutto il merito di aver creato un procedimento, che chiamò
metodo delle flussioni, che permette di risolvere problemi di
calcolo altrimenti insolubili se non in modo eccessivamente approssimato.
Riuscì così a formulare in maniera definitiva le leggi ed i
principi della meccanica classica.
Se la risultante delle forze
applicate ad un corpo è nulla, il corpo sarà in quiete o in
moto rettilineo uniforme.
Questo principio è detto anche
principio d’inerzia o di Galileo che lo formulò per primo.
L’importanza sta nel fatto che è impossibile rilevare un moto
uniforme con un esperimento di tipo meccanico, il moto è relativo,
esiste solo in virtù di un sistema di riferimento. Da un punto di
vista meccanico tutti i sistemi di riferimento inerziali sono equivalenti,
non esiste un riferimento assoluto.
Un corpo a
cui è applicata una forza non equilibrata, si muoverà di moto
rettilineo uniformemente accelerato, con un’accelerazione che avrà la
stessa direzione e lo stesso verso della forza applicata, intensità
direttamente proporzionale all’intensità della forza ed inversamente
proporzionale alla sua massa.
a = F / m
È la scoperta fondamentale: le forze modificano la condizione del moto, una variazione di velocità comporta un’accelerazione non nulla, con questo principio si definisce inequivocabilmente il concetto di accelerazione (variazione di velocità riferita al tempo) e quello di forza (prodotto massa per accelerazione).
3.2.3 Terzo principioSe su
un corpo agisce una forza F, questo reagirà con una forza uguale e
contraria alla prima.
Di conseguenza, in un sistema isolato
meccanicamente, le forze compaiono sempre a coppie uguali e contrarie mentre
le forze interne al sistema non possono variare lo stato di moto.
Se consideriamo due calamite,
o una calamita ed un pezzo di ferro, possiamo affermare che la calamita
esercita una forza attrattiva sul ferro, ma anche il ferro attira a
sé la calamita, con una forza di uguale intensità ma verso
opposto.

L’unico moto
possibile in assenza di forze è
quello rettilineo uniforme, qualsiasi altro moto comporta una variazione di
velocità, quindi un’accelerazione e pertanto una forza.
Per esempio il moto circolare
uniforme, dove si ha una continua variazione di velocità in modulo,
si può ottenere con una forza diretta verso il centro della
traiettoria, proporzionale al quadrato della velocità ed inversamente
proporzionale al raggio di curvatura.
Le forze interne ad un sistema non
producono accelerazioni sul centro di massa del sistema stesso, che quindi
continuerà a muoversi di moto rettilineo uniforme.
Introducendo la
grandezza P = m v, detta quantità di moto, se ne deduce
che in un sistema isolato la quantità di moto complessiva rimane
costante.
Le accurate osservazioni svolte dall’astronomo tedesco, durante la sua permanenza a Praga, alla corte di Rodolfo II, gli permisero di perfezionare il sistema copernicano e formulare le tre leggi che portano il suo nome.
3.3.2 Le leggi di Kepler
Le orbite dei pianeti sono ellissi di cui il sole occupa uno dei fuochi, questa prima legge è un miglioramento di quanto già osservato da Koppernik, in realtà, nel sistema solare, si tratta di ellissi poco accentuate, molto vicine a circonferenze.
Il raggio che unisce il pianeta al sole descrive aree
uguali in tempi uguali, da questa seconda legge se ne deduce che la
velocità diminuisce allontanandosi dal sole con una
proporzionalità inversa.
Il quadrato del periodo di rivoluzione
è proporzionale al cubo del semiasse maggiore dell’orbita a, fu
soprattutto quest’ultima legge che permise a Newton di formulare la sua
legge della gravitazione universale.
La grande
intuizione dello scienziato inglese fu di capire che la forza che costringe
un pianeta ad orbitare attorno al sole, o un satellite attorno ad un pianeta,
è la stessa che provoca la caduta di un corpo sulla superficie
terrestre.
Basandosi sulle leggi di Kepler riuscì a formulare
quella che è nota come legge della gravitazione universale:
![]()
Due masse, poste nello spazio alla distanza R, si attraggono reciprocamente con una forza direttamente proporzionale al loro valore ed inversamente proporzionale alla loro distanza. La stessa forza che trattiene il nostro satellite è responsabile della caduta dei corpi sulla superficie terrestre.
3.3.5 Pesare la Terra
All’opera di
Newton mancava però un dato fondamentale, essa fu definitivamente
coronata nel 1798 quando Henry Cavendish (1731 – 1810), con un celebre
esperimento, riuscì a determinare il valore della costante G.
Nella sua memoria presentata alla Società Reale di Astronomia
inglese, illustra il funzionamento della sua bilancia di torsione.
Le due masse sospese, attratte dalle due fisse, fanno ruotare il
bilanciere, sospeso ad un filo di quarzo, di un certo angolo, il cui valore
può essere determinato con un raggio di luce riflesso da uno
specchietto solidale al filo.
Una volta risaliti dall’angolo di rotazione
alla forza di attrazione fra due delle masse, è possibile inserire i
valori nella formula di Newton e ricavare il valore della costante G.
Determinato il valore di G, è possibile applicare la
formula nel caso di un corpo sulla superficie terrestre ed utilizzarla per
il calcolo della massa della Terra.
La meccanica newtoniana ci offre un’interpretazione dei
fenomeni che può sembrare lontana dalla nostra percezione.
Sembra
che per spostare un oggetto, e mantenerlo in movimento, sia sempre
indispensabile applicare una forza, in realtà la forza applicata
serve a vincere gli inevitabili attriti che ostacolano qualsiasi movimento,
come già aveva intuito Galileo, una volta eliminati gli attriti, la
velocità si mantiene costante. Ad Aristotele era sfuggito questo
importante particolare che l’attenta analisi di Galileo ha invece
evidenziato.
Un altro punto apparentemente controverso è la caduta
dei gravi, chiunque è consapevole che una biglia di ferro arriva a
terra prima di una piuma, la meccanica però ci dà una
interpretazione diversa.
In un certo punto della Terra, la forza che
provoca la caduta, cioè la forza gravitazionale, è
proporzionale alla massa del corpo, ma se consideriamo il secondo principio
della dinamica, vediamo che anche l’accelerazione di caduta è
proporzionale alla forza.
Unendo le due formule si ottiene:
![]()
Quindi, dato un certo punto del pianeta, tutti i corpi
cadono, in quel luogo, con la stessa accelerazione, indipendentemente dalla
loro massa e dal loro peso, la velocità con cui toccano terra
è la stessa per tutti!
Come mai Aristotele si sbagliò?
Probabilmente per via di un’analisi non approfondita. Del resto l’esperienza
ed il senso comune sembrerebbero dargli ragione.
Questo succede
perchè la formula precedente non tiene conto dell’attrito dell’aria,
che in molti fenomeni non è affatto trascurabile.