DA ARISTOTELE AD EINSTEIN
l'evoluzione della
meccanica
4 LA CRISI DELLA MECCANICA CLASSICA
4.1 L’elettromagnetismo di
Maxwell
Una volta sistematizzata la meccanica, i
fisici, nella seconda metà dell’800, si dedicarono ai fenomeni
elettrici e magnetici.
James Clerck Maxwell (1831 – 1879) riuscì ad
unificare i due fenomeni in quattro equazioni che davano come conseguenza
l’esistenza delle onde elettromagnetiche.
Si tratta di una
perturbazione dei campi elettrico e magnetico, con una variazione nel tempo
di tipo sinusoidale, su direzioni perpendicolari, la perturbazione si
propaga poi nello spazio con una direzione perpendicolare al piano
contenente i vettori B ed E.
4.2 L’etere e la
velocità della luce
Un ulteriore passo
avanti fu il riconoscere la luce come un’onda elettromagnetica di
particolare frequenza.
L’opinione degli scienziati dell’epoca era che le
onde elettromagnetiche si propagassero in un particolare mezzo, detto
etere, alla velocità:

che corrisponde proprio alla velocità della luce ed in cui e0 rappresenta la costante dielettrica assoluta del vuoto e m 0 la permeabilità magnetica del vuoto.
4.3 L’esperimento di Michelson e Morley
Verso la
fine del secolo Albert Abraham Michelson (1852 – 1931) tentò di
misurare la velocità della Terra rispetto all’etere, che veniva
così ad assumere il ruolo di riferimento assoluto
dell’Universo, nel quale la luce aveva la velocità prima
calcolata.
Per le sue misure realizzò un’apparecchiatura, detta
interferometro di Michelson, in cui la luce, per mezzo di uno
specchio semiargentato, percorreva due cammini di uguale lunghezza, ma
posti in direzione rispettivamente parallela e perpendicolare al moto della
Terra. Se c’era un moto relativo rispetto all’etere, allora i tempi di
percorrenza dei due cammini sarebbero stati differenti e si sarebbero create
particolari frange di interferenza.
L’esperimento fu ripreso da Edward
Williams Morley (1838 –1923) nel 1905, ma in nessun caso si registrò
alcun moto relativo del nostro pianeta rispetto all’etere.
L’esperimento di Michelson – Morley porta alla
conclusione che la Terra trascina l’etere nel suo moto nello spazio. Altri
fatti sperimentali, al contrario, dimostrano l’opposto, inoltre, per come
era stata concepita la meccanica, ne risultava un’aperta contraddizione con
l’elettromagnetismo. Una domanda che si ponevano i fisici dell’epoca era:
che cosa succede se mi muovo alla velocità della luce?
La
risposta non era certo semplice, infatti secondo la meccanica classica, un
raggio di luce che si fosse spostato alla nostra stessa velocità,
avrebbe probabilmente perso le sue caratteristiche di onda elettromagnetica,
ma questo era assolutamente impossibile secondo la teoria di Maxwell.
Un primo
tentativo per risolvere la questione fu fatto dall’irlandese George Francis
Fitzgerald (1851 – 1901) ed indipendentemente dall’olandese Hendrik Antoon
Lorentz (1853 – 1928).
Essi ipotizzarono che un corpo, per esempio il
quadrato della figura, in movimento rispetto all’etere, subisse una
contrazione nella direzione della velocità, data dall’espressione:
![]()
in cui b
= v/c è il rapporto fra la velocità v rispetto
all’etere e la velocità della luce c, per le consuete
velocità, considerando l’elevato valore di c,
b<<1, quindi la contrazione non
è percettibile.
Per rendere invarianti le equazioni di Maxwell
della propagazione di un’onda elettromagnetica, Lorentz propose un nuovo
gruppo di trasformazioni che sostituisse le trasformazioni di Galileo.
Con un simile artificio matematico si riusciva a giustificare i risultati
ottenuti all’interferometro, ma il suo significato sfuggiva agli scienziati
tanto che fu respinto da alcuni di essi, anche perchè non era in
accordo con altri fenomeni ottici.